Momenti di storia: Vincenzo Occhetta, costruttore di gioco

05.11.2019 12:48 di GianPiero Gallotti   Vedi letture

Decimo appuntamento per la nostra rubrica "Momenti di storia", curata per noi dal grande tifoso e appassionato di storia rossoblù Francesco Venturelli, che come sempre ringraziamo.

Buona lettura:

Vincenzo Occhetta, costruttore di gioco

Elegante, geometrico, carismatico, Occhetta è stato un Beckenbauer del Bisagno in maglia rossoblù.

Scoperto da Viani in serie B e portato nel grande Milan di Nils Liedholm, Occhetta classe 1931 formò con lo svedese e con Cesare Maldini una mediana che giocava sempre la palla e mai la buttava via.

Vinse col Milan il campionato del 1958/59, poi nel 1960 a 29 anni passò al Genoa in B insieme ad un altro “craque”, Bean, golelador implacabile, e al portiere Gallesi, che poi sarà sostituito da Da Pozzo.

Ho sempre negli occhi il suo stile classico, l’autorità nel comandare la difesa e la personalità con cui usciva dall’area di rigore palla al piede per impostare l’azione d’attacco.

Certo, eravamo in B, e in serie B uno della sua classe poteva permettersi di emergere alla grande. Sto parlando infatti del campionato 1961/62 di serie B, che il Genoa vinse dominando in modo schiacciante, come mai ricordo di aver visto in ben sette promozioni dalla B alla A della squadra rossoblù da me pericolosamente vissute (52/53, 61/62, 72/73, 75/76, 80/81, 88/89, 2006/07).

E’ stato quello uno dei Genoa più belli da me visti in quasi 70 anni di frequentazione del Luigi Ferraris. Era calcio-spettacolo tutte le domeniche. E valanghe di reti: 2 a 0 alla Lazio e 3 a 1 al Napoli in due scontri diretti col Ferraris stipato di genoani entusiasti, 4 a 2 alla Sambenedettese e alla Lucchese, 5 a 1 al Modena terzo in classifica, 3 a 0 al Messina e al Parma, 4 a 1 al Prato e 4 a 1 …… mai visti tanti gol in un campionato nel catino di Marassi!!

Nel solo girone di andata la squadra collezionò 13 vittorie e 4 pareggi su 19 partite, che nell’ottica dei 3 punti a partita farebbe un totale di ben 43 punti in mezzo campionato! A Natale era già virtualmente in serie A.

“Eravamo sempre all’attacco” dichiarerà Giacomini in un’intervista che rievocava quello straordinario campionato, rilasciata a “Il Lavoro Repubblica” il 16 novembre 1995. E poi aggiungerà:
“Il fulcro era Enzo Occhetta e non solo perché aveva la fascia di capitano. Tutto ruotava intorno a lui che in mezzo al campo dava a me, Baveni e Pantaleoni i tempi giusti”.

Ecco, basta riflettere sui nomi snocciolati da Giacomini per capire come giocava quel Genoa: Occhetta – Baveni – Giacomini – Pantaleoni, non erano altro che il “vecchio” quadrilatero del Sistema inglese. Dietro c’erano tre difensori: Fongaro, Colombo e Bruno, e davanti tre attaccanti: due ali, Bolzoni e Bean, e un centravanti: Firmani, che a Milano sponda Inter avevano ribattezzato “tacchino freddo” per i suoi modi all’inglese. Ma in campo la buttava sempre dentro: quell’anno fece 20 centri.

Tutta la squadra giocava per sostenere i tre attaccanti, per questo Giacomini afferma nell’intervista: eravamo sempre all’attacco. Non a caso quel Genoa mise a segno ben 64 reti, media 1.7 a partita.

La squadra però non aveva uno schema fisso, in questo era già “moderna”. O forse il calcio è sempre stato questo, e certi discorsi sulla modernità fanno parte delle chiacchiere necessarie per le discussioni tra tifosi e per riempire i programmi tv. Dice infatti Giacomini, con riferimento all’allenatore Gei: “Non ci vincolò ad uno schema fisso, il nostro era un modulo fluttuante. Se andavo io si fermava Bolzoni, se spingeva Pantaleoni toccava a Bean coprirlo.”

E poi aggiunge: “Gei chiedeva soprattutto due cose. La prima era: iniziare sempre l’azione da dietro con i terzini, che a quei tempi invece erano abituati a spazzare l’area, la seconda: inserirsi negli spazi vuoti”.

Considerazioni interessanti, perché eravamo nel 1962, quasi sessant’anni fa. Ma Gei a sua volta le aveva imparate da chi veniva dagli anni trenta. E chi ha visto l’Uruguay vincitore in Europa delle Olimpiadi del 1924 e 1928, ha scritto che gli uruguagi giocavano palla rigorosamente a terra, azioni che cominciavano dalla difesa e pallone passato non direttamente al compagno di squadra ma negli spazi vuoti.

Idee antiche, come è antica la palla che rotola, e che ci ricordano che nel calcio certe cose come le ali che devono saper coprire, i difensori che devono saper impostare l’azione, e gli spazi che devono essere aggrediti, non siano invenzioni della modernità, ma al contrario rappresentino l’essenza stessa del gioco del calcio di ogni tempo. Poi magari cambia il modo per realizzarle, ma il calcio è sempre stato nei suoi principi di fondo, lo stesso. Perché sempre lo stesso è lo spazio del campo, sempre lo stesso è il numero di giocatori in campo, e sempre lo stesso è il problema di ogni allenatore dalle origini ad oggi: come far muovere (e non come “schierare”, perché il calcio non è statico) i giocatori per coprire più spazio possibile.

Se quel Genoa ha potuto giocare un calcio da favola, sia pure in serie B, è stato anche e soprattutto grazie alla presenza di Occhetta, che lo stesso Giacomini definisce nell’intervista  "il fulcro del gioco della squadra".

Infatti Occhetta in fase difensiva sapeva organizzare la difesa e recitare il ruolo di “libero”, pronto però a trasformarsi in mediano appena il Genoa entrava in possesso di palla. Non un libero che spazzava l’area, dunque, ma un libero capace anche di giocare la palla e impostare il gioco, come faranno poi Colombo, Turone e Onofri, tutti piccoli Beckembauer del Bisagno, secondo una tradizione che il Genoa pur nella modestia del dopoguerra, può vantare a suo merito.

E della quale l’indimenticabile Occhetta è stato l’iniziatore.

Francesco Venturelli