Solito Grifo: sotto nel punteggio, la sentenza è inappellabile

21.04.2019 12:21 di Franco Avanzini   Vedi letture

Altro che Pasqua di resurrezione: quella del Grifo e dei suoi tifosi è una Via Crucis infinita. Due le immagini simbolo dell'ennesima Waterloo genoana. La prima è, naturalmente, la punizione a centrocampo battuta da Veloso (dopo il derby, uno dei rari punti fermi, ieri crollato come un castello di carta) con tale fretta da... mandare in gol un Toro che, mansueto come un agnellino, si stava svogliatamente accontentando del punto. La seconda è il lancio alla disperata, datato minuto 92, di Zukanovic sul corpo di un antagonista, distante sei o sette metri e incredulo. Due episodi che si inquadrano in una partita che i granata hanno vinto quasi senza accorgersene e i rossoblù hanno perso unicamente per loro colpa.

D'altronde, il calcio da sempre è spietato con le provinciali, che – come accaduto stavolta – giocano lungamente meglio di un'avversaria più titolata, forte solo di quel cinismo che consente loro di profittare del primo errore altrui per passare all'incasso. A nulla è servito un primo tempo perlomeno gagliardo da parte del Grifo, fermato da un prodigio assoluto del portiere Sirigu su incornata di Lerager a colpo sicuro e sfortunato in un altro paio di circostanze. Chi mastica calcio da tempo, nell'intervallo, ha visto scorrere pensieri cupi, immediatamente avverati nella ripresa.

Non si può certo sostenere che Prandelli sia imbevuto di conservatorismo. Ieri ha nuovamente rimescolato le carte proponendo un undici inedito, con Veloso e Radovanovic assieme e, soprattutto con l'accoppiata offensiva Sanabria-Lapadula in avanti. Un altro esperimento, all'affannosa ricerca di una quadra dopo millanta tentativi fallimentari. Ebbene, la prova complessiva è stata meno indecorosa di altre, ma il risultato – l'unico fattore che importasse realmente – non è cambiato.

Il gol regalato è figlio di una fragilità complessiva, che affiora regolarmente quando i gendarmi rossoblù (escluso Romero) sono presi in velocità su campo aperto. Veloso ha avviato il patatrac, ma vogliamo parlare della latitanza di Zukanovic in fase di chiusura? Tuttavia una rete al passivo – siamo stufi di ripeterlo – non sarebbe la fine del mondo se si fosse in grado di restituire pan per focaccia, magari con gli interessi. Invece – e qui sta il dramma – se i rossoblù vanno sotto nel punteggio, cala il sipario sulla partita.

D'alttonde, Sanabria,nei 53 minuti disputati, è stato uno zero assoluto, mentre Lapadula ha corso, ha lottato con la schiuma alla bocca, ma in area ha sciupato due o tre opportunità di tiro, denunciando una spaventosa inadeguatezza tecnica. Kouamé, dal canto suo, ha dimostrato che nel calcio d'oggi non basta l'elevazione quando mancano dieci chili di muscoli: basta un tocco innocente sul corpo per sbilanciarlo e renderlo inerme.

In area sono piovuti palloni a decine, ma il predominio fisico dei piemontesi è stato clamoroso. Forse sarebbe servito qualche traversone in più dalla linea di fondo, ma il Grifo non dispone di ali che sappiano saltare l'uomo. Ed ancor meno di centrocampisti centrali che possano provare il tiro dai sedici metri o, perlomeno, guadagnarsi una punizione con un dribbling.

Parliamoci chiaro: il Genoa del dopo Piatek meriterebbe largamente la retrocessione, ma le basterà raccattare qua e là qualche punticino, magari uno domenica a Ferrara, all'insegna del “meglio due feriti che un morto”. Il giudizio di fondo, comunque, non muta. Quest'organico è debole ovunque, ma soprattutto a centrocampo, dove anche il Chievo – rinforzato dalla partenza di Radovanovic – appare più dotato. Il bottino rimediato durante l'era Ballardini-Piatek probabilmente basterà per centrare una sospiratissima salvezza, ma già il fatto di dover esultare ad ogni sconfitta dell'Empoli (i cui diritti televisivi sono poco più della metà di quelli goduti da Preziosi) è di per sé eloquente e umiliante anche se sicuramente non provocherà alcun sussulto di dignità nel patron genoano, pervicace nel farsi scivolare addosso ogni forma di contestazione.

Il suo grido di battaglia è arcinoto: “Io, contrariamente ai miei predecessori, vi tengo in A”. Trascura però alcune differenze fondamentali: prima di lui il massimo campionato era a 18 se non a 16 squadre, a volte con quattro retrocessioni. E non esistevamo le corroboranti iniezioni di denaro dalle tv a pagamento, che vedono la società di Villa Rostan partire con un bel po' di milioni in più rispetto alle altre pari grado.

Ultima nota riguardo all'arbitraggio. Sulla spinta a Kouamé c'era odore di penalty, ma figuriamoci se Doveri e il suo compare al Var Mazzoleni avrebbero fatto un torto ad un Toro (reduce da una settimana intera di lamentele) cui è stato permesso di picchiare dall'inizio alla fine. E i tre minuti appena di recupero finale sono una patente presa per i fondelli. L'impressione è che il Genoa, debolissimo in campo, anche nel Palazzo conti quanto il due di fiori con la briscola a picche.

                                   PIERLUIGI GAMBINO