Un ko ricco di prospettive felici, questo Genoa non può finire in B

24.02.2020 11:14 di Pierluigi Gambino   Vedi letture

ll rigore trasformato da Criscito nel finale non ha mutato la classifica, ma ha restituito un briciolo di giustizia. La corazzata biancoceleste nulla ha rubato espugnando Marassi, ma due reti di scarto sarebbero state un castigo eccessivo per un Genoa che se avesse addirittura pareggiato non avrebbe fatto gridare allo scandalo.

Uscire battuti ci sta, ma il fervido applauso col quale la Nord, al termine di un battaglia sportiva tra le più avvincenti della stagione, ha salutato i propri beniamini è l'ennesimo segnale del cambiamento di atmosfera e di prospettive propiziato dall'avvento di Nicola sulla panca rossoblù e dal robusto potenziamento in sede di mercato bis. Il piatto della classifica continua a piangere, ma se la serie A – fortemente scossa dal Coronavirus – saprà mantenersi nei binari della regolarità, difficilmente alla truppa preziosiana potrà sfuggire la salvezza.

Il Grifo, ha pagato in primis quell'approccio morbido che Marsic ha saputo sfruttare insidiandosi come un bulldozer nelle maglie lasse della coppia Soumaoro-Masiello per colpire a freddo. In altri momenti – o, per meglio chiarire, col Genoa di dicembre – il match si sarebbe probabilmente avviato ad una goleada di proporzioni bibliche. La reazione ammirevole del Grifo è valsa il prezzo del biglietto e avrebbe meritato ampiamente il premio del pari, negato a Favilli da un perfido montante. A lungo Criscito e C. hanno risposto per le rime agi ispiratissimi capitolini, che non hanno mai potuto trascorrere troppi minuti in tranquillità: neppure dopo il 2-0 di avvio ripresa, spiacevole conferma di un ritardo rossoblù nella carburazione, più mentale che fisica.

Il gol capolavoro di Cassata non è stato solo un riconoscimento dei progressi manifestati dal soldatino da tempo criticato e sottovalutato, ma anche un campanello d'allarme per i biancocelesti, che dapprima hanno ringraziato l'incerto Maresca, distratto sulla gomitata galeotta inferta al pallone da un difensore laziale in piena area ospite e poi, nel capovolgimento di fronte, deciso a concedere alla Lazio il vantaggio (non concretizzato) per poi fischiare la punizione dal limite fatale ai rossoblù: una “finezza” arbitrale che è raro mettere in atto a favore di una provinciale...

Il Genoa, sa chiaro, non ha perso per via del direttore di gara ma per la forza strabordante di una Lazio legittima candidata al tricolore. L'ottimo lavoro di Nicola non è ancora approdato alla perfezione, e nei difetti – o nei limiti – mostrati da una squadra ancora in fase evolutiva si è insinuato un avversario spietato, che comunque ha chiuso la contesa con ginocchia piegate dalla fatica, davanti a tremila supporters amici che hanno temuto sino al 95' di veder sfrumare l'impresa.

Non è mai gradevole uscire sconfitti dal campo, ma il Genoa – se può consolare – ha scelto la via meno indolore, lanciando un messaggio perentorio ai naviganti: almeno a Marassi, ma forse anche in trasferta, nessuno squadrone potrà sentirsi sicuro di imporsi su questo gruppo di giocatori lontano anni luce dall'immagine di “banda di desperados” mostrata in autunno.

Ora il Genoa ha una fisionomia precisa, produce un calcio piacevole, non è (ad onta del tris incassato) così fragile in fase difensiva e riesce spesso a trovare soluzioni interessanti in avanti. Certo, deve crescere in fatto di incisività, aumentando ulteriormente il ritmo delle giocate, verticalizzando maggiormente e – come predica giustamente l'allenatore – spedendo in area avversaria un numero più elevato di palloni sfruttabili. Uno “step” non impossibile da portare a termine nonostante le carenze strutturali sugli esterni (Arnesen e Criscito non appaiono crossatori eccelsi) e l'annosa sterilità delle punte centrali, sovrabbondanti a livello numerico ma scarsamente efficaci, come testifica il loro infinito digiuno.

Il cammino stagionale, comunque, è ancora lungo e non tutti gli ostacoli assomiglieranno a quello inzaghiano. Francamente, immaginare un Genoa ancorato sino in fondo al baratro è un esercizio di acrobazia intellettuale vietato anche ai pessimisti più pervicaci.

                                       PIERLUIGI GAMBINO