Am'arcord

05.10.2016 18:31 di Luca Canfora articolo letto 1017 volte

Era il 1976, avevo quasi 7 anni. Sinceramente non m’arcord esattamant… tutti i dettagli, ma un certo giorno di settembre ero a fare il provino per entrare nei pulcini del Genoa CFC 1893. Abitavo in cima ad una collina che guardava a valle il ridente paesino di San Quirico, in Val Polcevera. Devo dire che raramente ho visto paesini più brutti, insignificanti ed inutili di San Quirico, sarò sincero. Devo anche dire che l’essere umano è uno strano essere, ed io non faccio eccezione, perché questo paesino brutto, insignificante ed inutile... è la mia vita, e per me non solo è casa. E' calore, suono, serenità, amore, amicizia, purezza, profumo, sapore, colore, perfezione. Tutte o quasi le domeniche sono ancora a pranzo dai miei genitori, ora che abito totalmente dall’altra parte della città, che è diventata la mia nuova casa, quella del Luca “grande”. Ma appena esco al casello di Bolzaneto, io ritrovo il Luca "piccolo" lì ad aspettarmi, come sempre, sulle sue strade, nella sua vita semplice, normalissima, banale, meravigliosa, irripetibile.


Avevo il terrore di questo provino, e questo terrore è una costante della mia vita. Mascherato dal mio carattere chiuso ed introverso. Sì ho detto chiuso ed introverso, ed insicuro. Sì esattamente l’opposto di quello che sembro. Non è una recita, e non è una bugia. Mi sforzo di fare ciò che va fatto, che è giusto, superare le paure, le insicurezze che tutti abbiamo, per superare le piccole e le grandi prove quotidiane della vita. Come tutti. Ma ogni volta ho paura di non farcela, ogni volta. Da sempre. E' solo conoscenza del limite, dei miei limiti. Non so mai se sarò all’altezza della prova del giorno, e non so mai se anche questa volta me la caverò.


E nemmeno a 6 anni volevo dare a mio padre la sensazione di avere paura, ma ricordo che mentre l’auto scendeva verso San Quirico il cuore batteva tanto, avevo le mani fredde, come oggi prima di un appuntamento importante, ed ero silenzioso, seduto in auto mentre papà guidava. Non esisteva il lungo stradone interno che oggi porta dalla Casa della Forestale verso l’Ipercoop e poi verso il casello di Bolzaneto. Papà quasi sempre attraversava il ponte e passavamo proprio dentro il paese. Poi in autostrada fino a Pegli. Per me era già un viaggio intercontinentale, e le paure che a San Quirico erano già insopportabili diventano inaccettabili all’uscita del Casello di Pegli.


Tutti questi posti nuovi mi fanno sentire ancora più spaventato, inadeguato. "Cosa ci faccio qui? Dove voglio andare? Chissà quanti bambini bravi ci sono in tutta Genova, perché dovrebbero prendere me? Papà riportami a casa". Questi erano i miei pensieri. Il Pio XII, poco più sopra, era ancora in terra battuta, nel 1976, e la prima squadra non si allenava qui ma a Sant’Olcese. Usciti al casello scendiamo verso Pegli, direzione Campo Sportivo Morteo, un secondo campo in pura ghiaia, nemmeno battuta, dove si svolgono i provini e gli allenamenti delle squadre del settore giovanile del Genoa.
Papà parcheggia, mi prende per mano, e porta la borsa, che è decisamente più grande di me.  

 

Oggi c’è solo un parcheggio, dove c'era il Campo Sportivo Morteo. Il mondo va avanti. O indietro, o chissà dove. Un muro di cemento armato di circa 2 metri e mezzo di altezza cinge il campo, invisibile da fuori. Si entra da una misera porticina in ferro verde, posizionata lato mare. Appena entrati c’è un ampio slargo dietro una delle porte di gioco, con il bar subito sulla sinistra, ed una specie di spogliatoio magazzino sulla destra, per i palloni, le pettorine, e tutte le attrezzature necessarie. Per arrivare agli spogliatoi bisogna attraversare per lungo tutto il lunghissimo campo in terra battuta, fin dietro l’altra porta.
Tremano le gambe, sudano le mani, tante facce nuove, tanti rumori, paure. La borsa è grande per noi, tanto grande, o almeno io la ricordo così, con lo scomparto inferiore più duro per contenere le scarpe, che mi da fastidio sulla schiena. Ormai il terrore è superato, siamo infinitamente… oltre. Ci sono decine di altri bambini, decine. Mi sembrano tutti più bravi di me, a prescindere. Dalla faccia, dalle gambe, dai capelli, dalla borsa. Non ce la farò mai, non so proprio cosa ci faccio qui, non è il mio posto. Ma non posso tirarmi indietro adesso.
Speriamo solo che questa agonia finisca presto, e poi si torni a casa, a San Quirico. Giocherò giù in piazzetta, come al solito, con i miei amici. Mi va bene così.
 

Gli spogliatoi sono freddi, scarni. O forse ho freddo solo io. Mi cambio in silenzio. Calzettoni, pantaloncini, maglietta, scarpe con i tacchetti. Le Ferrari, le prendevamo quasi tutti a Bolzaneto nell’omonimo negozio, le migliori. Rumore di tacchetti, entriamo in campo.
Ogni tanto, ogni 5 secondi circa, cerco papà sui pochi gradini diciamo dei distinti. Saranno 4 o 5 gradini al massimo. Lo cerco per sentirmi meno solo, lo cerco per capire se sto andando bene, lo cerco perché è papà. Cerco nelle sue espressioni tutto quello che dentro non trovo, e che non potrei trovare.
Papà è giovane, molto giovane. Ha trent’anni. A me sembra così grande, eppure è un ragazzo. Ora che ci penso, io che ne ho 46 ed ho un figlio di 9 oggi, mi sento un ragazzino immaturo e pieno di dubbi. E paure.
 

Mio Dio quanto è grande il campo, quanto è grande. Comincio a correre con gli altri, a calciare il pallone quando mi arriva, a fare quello che mi viene detto, a sognare i miei sogni, quelli appoggiati per terra, e quelli che non vi poggeranno mai. I più belli, anche se ancora non lo posso capire.

 

Papà mi incoraggia, mi incita, dovrebbe farmi sentire meglio, invece ho solo paura di non essere all’altezza, di quello lui potrebbe aspettarsi da me, da quello che il mondo si aspetta da me. Da quello che io... credo... di aspettarmi. Da me.
Questo campo è proprio enorme, non è la piazzetta sotto casa. E poi lì ogni tanto vedo mamma dalla finestra, che mi chiama per la merenda, o per la cena, e poi lì conosco tutto, tutti gli angoli, tutti i bambini.
Finisce il provino, dopo una piccola partitella. Arrivano i papà o le mamme negli spogliatoi, per la doccia. Cerco di capire come sono andato, papà dice bene, ma io cerco di capirlo dai suoi occhi.
Asciughiamo i capelli, ripercorriamo tutto il campo fino all’ingresso, ed al bar un pezzetto di focaccia, ed una bella spuma fresca. La cedrata, la mia preferita.


Risaliamo in auto, mentre papà dice qualcosa che non ricordo. Torniamo a San Quirico, mi aspetta una bella cena della mamma, la mia casa, le mie cose.
Non lo so se mi prenderanno, credo proprio di no, ma ora non ha importanza. E’ bello salire in auto con lui, all’imbrunire, guardare la città scorrere dai finestrini mentre ripenso alla mia giornata. Andiamo verso il casello di Pegli, con la musica di sottofondo dell’autoradio

 

Papà ama la musica.
Lui è innamorato di Elvis, dei Beatles, di Bruce Springsteen, dei Dire Straits, di David Bowie, degli Eagles, di Jackson Browne. E di quanti altri. In casa abbiamo un sacco di dischi, ed un bellissimo stereo della Pioneer. Lui compera solo cose della Pioneer, dice che sono le migliori.
Mi piace ascoltare la musica con lui in auto, tornando verso casa.
Sono un bambino fortunato… anche se non giocherò mai nel mio Genoa.

Forza Genoa.
   Luca Canfora