Io, Dio ed il Genoa

03.04.2017 09:40 di Luca Canfora articolo letto 1668 volte

No che non voglio offendere nessuno, e nemmeno voglio cavalcare la più comoda retorica. Dio ed il Genoa non hanno nulla in comune, ed ancora riesco a distinguere la più grande di tutte le domande dell'uomo da un gioco. Un gioco carico di pathos, di ricordi, di legami, di proiezioni, anche di esagerazioni, ma un gioco.
Ha a che fare con me, solo con me, e con il mio modo di essere. E di vivere.


Per il momento non parlo da solo, non ancora. Ma da sempre penso da solo, vivo da solo, immagino da solo, e sogno… da solo. Per quanto riguarda Dio, chiedo scusa agli assidui praticanti, a coloro che si affidano ad un intermediario, che si sentono a proprio agio in un luogo deputato a questo, a quelli che hanno bisogno di condividere la liturgia, la ritualità, l’umanità di un rapporto con altri individui, la mia non è una critica e nemmeno una presunta posizione alternativa. Ognuno sceglie, o forse prende atto, del proprio modo di essere, dei propri limiti, e si rapporta con il prossimo, o con il proprio Dio, nel modo che ritiene a lui più idoneo, o a quello che semplicemente gli riesce.
Io non ho bisogno di un Prete, anche se ne ho conosciuti alcuni di grandissima statura, ed umanità. Preti che ho ascoltato con interesse, a volte con entusiasmo, con trasporto. Come uomini. Ma Dio parla anche con me, ed io ho le mie cose da dirgli, a modo mio.


Non ho bisogno di una Chiesa, anche se ne ho viste di intense e meravigliose, e mi sembra una ottima cosa riunirsi in preghiera a pensare, a ricordarsi vicendevolmente da dove veniamo, quali siano i valori per cui spendere il nostro tempo, il nostro amore e perfino la nostra rabbia. Ma a me basta il buio ed il silenzio della mia stanza prima di andare a dormire, e a volte anche il bagno quando in casa non c’è nessuno. Nel silenzio riesco a pensare, ad essere sincero, a confidarmi, a pentirmi, a volte anche a vergognarmi. La preghiera invece non fa per me, non mi fa sentire a mio agio. Sono solo un uomo, sbaglio, dico cose stupide, faccio cose discutibili, sono orgoglioso, presuntuoso, vanitoso, e tutto il peggio che si possa dire di uno stupido uomo, e parlarne in prima persona nel mio silenzio mi aiuta ad avvicinarmi a quella idea che ho del mio Dio, mi fa sentire più vicino, più sincero, più sereno.


Dio sa già chi sono, come sa che ogni giorno mi sento in colpa per questo, che provo a fare un pochino meglio del giorno prima. Che a volte ci riesco, spesso no, e che provo frustrazione, delusione, rabbia, per non riuscire ad essere qualcosa di meglio. Qualcosa di meglio non tanto rispetto a quello che lui si aspetterebbe da me, qualcosa di meglio rispetto a quello che io mi aspetto da me. Perché io parlo con lui, ma lui non parla con me.


Il mio rapporto con il mio Genoa ha caratteristiche molto simili.
E’ tra me e lui. E’ un rapporto fatto di immagini, di ricordi, di profumi, di sensazioni che appartengono al passato, cioè all’eternità.
E’ un rapporto fatto di parole accennate, di suoni delicati, di gioia incontenibile, di dolori profondi, di silenzi, di speranze, di mani, di cieli, di sogni, di illusioni, di cadute rovinose, di bugie inaccettabili, di verità inconfessabili.
Non serve nemmeno più una squadra, una partita, un gol.
Io ed il Genoa siamo la stessa cosa, anche nel silenzio, anche nel buio, anche in assenza di me. Anche in assenza di Genoa.
E’ così, da sempre… per sempre.
   Luca Canfora