L'insostenibile bellezza dell'essere

10.02.2017 10:00 di Luca Canfora articolo letto 901 volte

Oggi giuro che sarò brevissimo, mi sono imposto di rinunciare al solito pippotto da 578 righe.
Intendo rimanere nelle 570, non una di più.

:-)

Siamo stanchi, abbiamo tutti bisogno di calma, silenzio, e riposo.
Soprattutto noi genoani.
C’è sconforto, c’è stanchezza, e c’è rassegnazione, anche per questa sera. Tutto molto comprensibile e razionale. Ma questa mattina mentre facevo la mia colazione al bar pensavo che forse stiamo perdendo di vista il nostro orizzonte, non solo quello del Genoa, parlo del nostro, parlo di noi, di noi esseri umani. E come sempre mescolo il Genoa alla vita.
Perché la mia vita è mescolata al Genoa, come la vostra, e vivo entrambe le cose con la stessa intensità, trasporto, follia.

Certo, vincere, arrivare, raggiungere, conquistare, possedere, avere. Sono i verbi del nostro tempo, al punto da non riuscire più a distinguere se siano verbi scelti da noi o da altri, se siano ciò che realmente noi desideriamo o se sono quelli che ci costringono a desiderare. Chi non desidera vincere? Chi non desidera raggiungere, conquistare, possedere, avere, arrivare?
Umano, umanissimo, lecito.
Tuttavia, tuttavia, mi chiedo, vi chiedo, se sia tutta qui, veramente, la vita, la nostra vita. Non è una domanda retorica come potrebbe sembrare, e non è morale da quattro spiccioli. Lo chiedo a me molto prima che a voi, perché sono a tutti gli effetti dentro lo stesso frullatore in cui siete voi.
Sono figlio di questo tempo, sono anche io un prodotto di questo tempo, nel bene e nel male. Anche io desidero avere, possedere, raggiungere, vincere. Anche quando non lo ammetto, anche quando filosofeggio, anche quando non mi piaccio per questo, sono anche io così. E mi sono chiesto tante volte se questo abbia migliorato o peggiorato la mia esistenza, se sia la verità o la menzogna, della mia vita.

Il barista mi chiedeva cosa volessi, questa mattina, ma io stavo pensando ai fatti miei. Sorrido, svegliato della sua seconda o terza richiesta: ”Sì, scusa, un cappuccino ed una brioche… vuota… grazie”.
E’ anche doriano, lui.
Ma vale anche per lui, tutto quello che dico.

:-)

Quasi non ho voglia di vedere la partita, questa sera, perché so già che perderemo, che non abbiamo possibilità. Tiro giù due sorsi di cappuccino, è tiepido. Odio il cappuccino tiepido, lo vorrei tra i 110 ed i 120 gradi celsius, altrimenti mi viene nausea. Ma povero cristo, sto ragazzo, siamo in 786 al banco e lui è da solo che corre da una parte all’altra come un indemoniato, se lavorassimo tutti così l’Italia sarebbe il primo Paese della Via Lattea e la Germania ci lustrerebbe le scarpe come ha sempre fatto… e come tornerà a fare quando ce lo ricorderemo.
Lo berrò tiepido, semmai andrò a vomitare fuori dal bar.

Dove ero rimasto? Ah sì, mentre sorseggiavo il mio cappuccino con ghiaccio pensavo che stasera perderemo ancora contro un Napoli fortissimo, e che sono talmente rassegnato che quasi non ho voglia nemmeno di guardarla, per non passare un’altra serata di cupa rassegnazione.
Poi, un attimo dopo, mi sono sentito stupido, in colpa.
“Ma come, Luca, è tutto qui? Tante belle parole, canzoni, articoli, e poi tutto si riduce semplicemente a vincere? Come tutti gli altri? E tutti i discorsi sul senso di appartenenza, sull’amore, sulle radici, su questa follia collettiva, su questa storia bellissima che va oltre il calcio, dove è finita Luca? Hai dimenticato il significato dell’unico verbo che valga qualcosa… essere?”

Ecco, il verbo essere. Mi è tornato alla mente l’unico verbo che dovrebbe guidare i nostri pensieri, i nostri sogni, la nostra vita.
Essere.
Sono uscito dal bar sorridendo da solo, così.
Pensando che questa sera gioca il Genoa, e passerò la mia giornata in attesa di “essere”, semplicemente essere. Essere lì, vicino a ciò che amo, a ciò che mi fa soffrire e gioire, sognare e cadere, sperare e disperare.
Perderemo? Probabilmente sì, ma possiamo scegliere di essere felici ugualmente. Felici di esserci, felici di essere, di provare gioia o dolore, felicità o sconforto.
Non importa.
Mettiamo la nostra maglia, onoriamola giocando con intensità e leggerezza, mostriamo al mondo la gioia di giocare una bella partita contro la più bella squadra del momento.
Con il sorriso, con determinazione, con sincerità.
Il mondo non finisce domani, comunque vada.

Via la parola vincere, via la parola conquistare, via la parola avere, via la parola arrivare, via la parola ottenere, via la parola fare.
Conta solo essere.
E noi siamo… certo che siamo.
Siamo il Genoa.
   Luca Canfora