La rivincita dei fuori moda

20.02.2018 11:15 di Luca Canfora articolo letto 727 volte

Ieri sera ero fuori per una cena di lavoro, e sono rientrato intorno alle 23.30. Sono come i bambini, detesto dormire, anche se ero stanchissimo, e lievemente allegro. Diciamo sereno. Solo una birra media, ma a me basta. Probabilmente sono astemio, o comunque non reggo l'alcool, anche se mi piace e lo bevo ugualmente. Ma un bicchiere di vino, una birretta, una grappa, un whisky, sono sufficienti per stendermi dal punto di vista fisico, chimico, filosofico, ed onomatopeico. Mi sono sdraiato sulla penisola del mio divano ed ho acceso la TV alla ricerca di qualcosa.

Inizia Tiki Taka. Ormai le trasmissioni sportive prevedono solo in minima parte il parlare seriamente, sobriamente, onestamente, di calcio. Vince il festival della caciara, del cattivo gusto, delle minigonne e delle labbra rigonfie per i primi piani. Vince il giornalismo lega pro dei Franco Ordine, la sciatteria studiata dei Mughini, i capelli sporchi dei Cruciani, molto più sporchi del suo studiatissimo e posticcio cinismo sgarbiano, vincono le macchiette funzionali alla chiacchiera da bar. Vince Pardo, che sfrutta il peggio del nazional popolare per i suoi leciti scopi, comunque ironico, simpatico, piacevole. Almeno lui. Per il resto il trionfo del trash, del pop, del nulla mescolato con l'etere.

Insomma la TV italiana, ed il calcio italiano, il peggio incastrato nel peggio, il peggio al quadrato. Matematica della prima elementare, più o meno il livello istruttivo medio dei presenti e degli assenti.

Il fatto di essere ancora sotto l'effetto rilassante della birra e la curiosità di scoprire se anche questa volta si riuscirà a non parlare del mio Genoa, mi inducono a non cambiare canale come faccio di solito. Molto presto mi viene data soddisfazione, si fa per dire. Eccoci arrivati alla "Crisi dell'Inter", e al crollo del mito di "Luciano Spalletti".

Ossegniur. Inter, e Luciano Spalletti. A me l'Inter è simpatica, ho tanti amici interisti, ho tifato l'Inter di Milito ed ho gioito per il pezzetto di Genoa che ha vinto il Triplete nel 2010. Ma amici belli, amici cari, interisti, Pardo & Friends, l'Inter è in crisi più o meno dagli anni '60, gli anni della grande Inter di Herrera, e a parte la brevissima, fortunatissima e casuale parentesi Mourinho, a fronte di investimenti pari a quelli di Gordon Ghecco nel film "Wall Street", se facciamo un rapporto tra i soldi spesi e i titoli vinti negli ultimi settant'anni, credo che abbia vinto di più la Pro Vercelli.

Ma si sa, Mediaset, Premium e Sky devono dare soddisfazione ai loro azionisti di maggioranza, dunque parte l'imperdibile, intensissimo e lacerante dibattito sulla quattrocentosessantaseiesima crisi dell'Inter, sulle motivazioni antromorfiche di questo momento del suo campionato, sulle motivazioni spazio-tempo-psico-proto-meteo-tellurico dei 6 punti fatti nelle ultime settecentoventiquattro partite, e soprattutto sulle inspiegabili ed imprevedibili congiunture astrali che hanno impedito a Luciano Spalletti, molto trendy, new rock, classic underground e pop coach dalle inequivocabili attitudini attoriali, dalla mimica indiscutibilmente fashion, dalla gestualità liturgica con cui sia in panchina che nelle interviste post partita sfoggia con sguardo intenso e pause Celentaniane la sua anima new age e la sua cultura prettamente socratica sapientemente cadenzata da movimenti coltissimi della fronte, le cui pieghe, unitamente al perfetto movimento sincronizzato delle sopracciglia, lasciano trapelare la sua conoscenza inequivocabilmente salda della proprietà commutativa e perfino delle addizioni senza virgola.

Tuttavia, devo ammettere, colpevolmente, nonostante gli effetti della birra ancora sapevano concedermi una dolce e ammaliante incapacità di intendere e di volere, ad un certo punto, come sempre, ho deciso di rinunciare a tutto questo ben di Dio, rifugiandomi nel rassicurante e sincero silenzio del mio mondo.

Un mondo fatto di genovesità spigolosa, ma pulita, di genoanità irrazionale, ma profonda, di viscere e non di opportunismo. Un mondo dove conta ancora quello che sento, non quello che vendo, quello sogno, non quello che guadagno, quello che è giusto fare, giusto dire, non quello che è necessario fare, necessario dire, e non fare, e non dire, per non infastidire l'Editore, per lisciare l'avventore. Un mondo dove l'anima la metto, non la vendo.

E noi a Genova siamo strani. Li vediamo ad una decina di miglia dalla costa quelli che hanno solo merce da vendere nel pacchetto promozionale con l'anima, che si girano verso la telecamera per fare la smorfia numero 5, quella che hanno studiato la sera prima per il ventisettesimo minuto del primo tempo. Ma noi siamo genovesi. Abbiamo inventato la Banca, i blue jeans, il gioco del lotto, il movimento operaio, la ribellione agli austriaci, il primo Partito dei Lavoratori, il fast-food, la focaccia, il pesto e l'America. Come pensate di fregarci? A noi non piacciono le mode, i finti e i vincenti con il quinto asso nascosto nella manica.

Noi siamo genoani, anche. Ci piace sognare, soffrire, poi godere, poi soffrire ancora,e poi godere ancora di più. Ci piace la verità, ci piace la normalità, ci piacciono le persone reali, quelle con le rughe della vita, vestite come capita, con un berretto di lana inguardabile, gli occhiali della zia Pina ed il passo da star di Sottoripa. Ci piace Davide Ballardini, fuori moda come noi, silenzioso, garbato, educato, uno che ti guarda negli occhi e poi va a lavorare. Uno sottovalutato, snobbato, che fa 24 punti in dodici partite senza le vostre riprese trendy dalla panchina, senza le vostre chiacchiere da bar, senza le vostre attenzioni interessate.

Siamo genovesi, siamo genoani, e credo lo sia un pochino anche Davide Ballardini. E siamo tutti orgogliosamente fuori moda.

Come il nostro Genoa.

   Luca Canfora