Santo Stefano d'Aveto 2019

20.08.2019 16:51 di Luca Canfora   Vedi letture

E' una tradizione che ormai va avanti da 5 anni e che non intendo cambiare fino a che non cambi qualcosa intorno a me, dentro di me, o a Santo Stefano, dove da qualche anno concludo le mie vacanze estive.

Ci sono molte cose di cui parlare, soprattutto di molte persone, e delle molte sensazioni che aleggiano sui miei giorni passati qui. Non è montagna, non per chi come me è abituato alle Dolomiti trentine e nonostante i mille metri di altitudine non riesce a provare quel tipo di sensazione. Non è campagna, perché i pini bellissimi che accompagnano i nostri passi ti fanno capire di essere altrove. Non è mare, non è città, non è pianura. 

E' Santo Stefano d'Aveto. Non l'ho amata sempre, non all'inizio quando mi ci sentivo "stretto". Le persone cambiano, la vita si modella su nuove idee, nuovi passi, nuove percezioni. Probabilmente la verità, come spesso accade, è più semplice, più immediata, concreta. Ho cominciato ad amarla davvero quando ho cominciato a conoscere i suoi ragazzi, quelli che la invadono nel periodo estivo. Perché i luoghi non esistono davvero, ma esistono le persone che fanno di quel luogo... quel luogo.

In seguito alla richiesta di mio figlio, che aveva bisogno di un aiuto ad acquisire le fondamenta del gioco del calcio per iniziare la sua nuova avventura, ho proposto e creato nel 2016 il mio umile Campo Estivo di Calcio, grazie al quale ho conosciuto e forse un pochino, nel mio piccolo, cresciuto, i ragazzini in alto nella foto. Li ho presi tra i 7 e gli 8 anni, li ritrovo tra i 12 ed i 13. Cresciuti, tutti con il proprio passo, insieme. Me compreso. Li voglio nominare tutti: Gioele, Federico, Marco, Giovanni, Karim, Sasha, Riccardo, Enrico, Luca, Rocco, Mario, Michele, Giulio, Baran, Alessandro, Mattia, Alessandro, Jacopo, Gabriele. 

Ho sempre preso sul serio quello che faccio, compreso questo Campo Estivo. Ho fatto molti errori nella mia vita, che ho pagato, e che mi hanno precluso strade, o semplicemente serenità, benessere. Il calcio, come dico sempre, è una scusa per tentare di aiutare loro a non fare i miei errori, a vivere meglio la propria strada, a sfruttare meglio il proprio talento, propensione, qualunque essa sia. Uso il calcio come strumento, non come fine. Certo lo stop, il tiro, il dribbling, il palleggio, la tecnica, la coordinazione, sono cose importanti, che cerco di insegnare. Ma a me interessa di più la vita, la loro, ed il loro futuro da uomini. E allora provo ad insegnare quello che io ho capito tardi: lavoro, sudore, sacrificio, determinazione, fiducia, serietà, costanza, rispetto. Umiltà.

Vedo nei loro occhi quelli che erano i miei. Qualcuno mi crede, altri forse meno, altri per niente. Non lo so, lo intuisco, lo immagino. Non importa, sono già meglio di quanto io fossi alla loro età. Un giorno ricorderanno le mie parole, capiranno che quel tipo un pochino burbero e a volte duro con loro li aveva aiutati un pochino a capire la vita. Molto prima del calcio.

L'anno prossimo li ritroverò, forse in campo, forse solo fuori, magari qualcuno comincerà ad interessarsi ad una meraviglia infinitamente più logorante e pericolosa chiamata "donna". Ma so che ci incontreremo al campo, in paese, al bar, e loro continueranno a chiamarmi Mister.

:-)

Magari convertirò il Campus di calcio in un Campus sentimentale. Immodestamente temo di avere una triste e malsana decennale esperienza anche in questo settore, i miei corsi potrebbero rovinare decine di migliaia di giovani provetti Latin Lovers. A grande richiesta... continuerò con il calcio e lascerò a loro l'onere e l'onore di gestirsi in autonomia i propri amori. Sono certo che, anche senza i miei consigli, non possano fare peggio di me nemmeno impegnandosi. 

Ma i giovani non sono "finiti", nè dal punto di vista fisico che filosofico. Nelle due foto in basso ne vediamo altri in compagnia di Alessandro Giacobbe che, con il fratello Maurizio, organizza e gestisce le notissime Mini Olimpiadi di Santo Stefano d'Aveto, ormai famose quanto i mondiali di calcio o il campionato NBA. Ragazzi più grandi, come Sebastiano, Michela ed Enrico (doriano, l'unico, lo nomino per pura compassione essendo un soggetto in via di estinzione), aiutano i due fratelli a gestire questa mole di lavoro enorme, a contatto con decine e decine di bambini dai 5 anni ai 18 ed oltre, con attività tra le più svariate, dal calcio al tennis, dal ping pong al calcio balilla, dalla corsa campestre alla mountain bike, dal flag football alla pallavolo, dai tornei con le carte alle bocce. Non c'è attività motoria, sport, attività, abilità di qualche tipo, che nel mese di agosto rimanga fuori dal carnet di Santo Stefano d'Aveto.

Infine c'è la parte più bella, la sera. Gli spettacoli in piazza, il ritrovo alla Baita, al biliardo, al biliardino, alle carte. Tra una bibita o una birra, una partita a biliardo ed una battuta tra genoani, che qui sono tantissimi. Incrociare i loro occhi, i loro sguardi, percepire le loro storie, capire da una battuta le insicurezze e le paure che erano tue, che sono ancora le tue, anche se adesso tu per loro sei "grande". E lo sei, o almeno lo sembri, e certo devi cercare di esserlo. Lo devi fare per te, e lo devi fare per loro, anche se non ne hai la forza, non ne hai la statura. Ma loro hanno bisogno di sapere che tu sei grande e sai come si fa. E anche tu ne hai bisogno.

Ma no, io non lo so come si fa. Sono qui mescolato in mezzo a loro che faccio il brillante, probabilmente sembro sicuro di me, divertente e sempre con la battuta pronta. Ma era ieri, proprio ieri, che nei loro occhi c'ero io, e se sono da questa parte è solo uno stupido sbaglio. I capelli si stanno diradando e si stanno lievemente imbiancando sui lati, eppure guardo questa foto sul cellulare, sono andato a dormire ieri sera che avevo vent'anni. Non capisco. Faccio due chiacchiere con Davide, capisco che avere 18 anni non è facile come ti dicono, me lo ricordo, era ieri sera. Per me dico. Caro Davide, lo capirai più avanti, ce ne vogliono 49 per riuscire a godersi i 18, è buffo ma è così. Non credere a chi ti dice che alla tua età bisogna essere leggeri, felici, spensierati. E' una bugia, ce ne ho messi quasi 50 per avvicinarmi a sentirmi in questo modo.

Giro per il bar, chi a chiacchierare intorno ad un tavolo, chi a giocare a biliardo, poi esco fuori al fresco, li vedo, li sento ridere, cercare il proprio posto in mezzo agli altri, sento i loro dubbi, le loro paure, nascoste tra le risate, le birre, gli schiamazzi, gli sguardi a quella ragazza, a quel ragazzo. Sento quel profumo, quella canzone, quel batticuore.

Era il 1986, il 1987. Erano i Duran Duran, gli Spandau Ballet, gli U2, i Dire Straits, i Queen. Era ritorno al Futuro, Stayin' Alive e Footlose. Stava nascendo il Genoa di Scoglio, che diventerà quello di Bagnoli, di Thomas, di Signorini, di Eranio, di Aguilera, di Branco.

E' cambiata la musica, sono cambiati i films, è cambiato il Genoa.

Non è cambiato niente. E' la vita, e la vostra è tutta davanti. Andrà tutto bene.

Al prossimo anno, vi voglio bene.

Luca Canfora