Una sconfitta per ricominciare da zero

14.11.2017 14:20 di Luca Canfora articolo letto 740 volte

Eh già.

Perchè magari qualcuno penserà che abbiamo perso il mondiale ieri sera. Davvero non avete capito cosa stia succedendo in questo Paese? Nel calcio? Ma quale calcio, quale calcio? Il calcio è legato a doppio filo a tutto il resto. Il calcio non è che la naturale conseguenza, l'epilogo naturale delle nostre scelte, in tutti i campi.

La sconfitta mondiale di ieri sera comincia dalla notte in cui vincemmo il mondiale in Germania. Anno 2006.

Eh già, che buffo. Nell'anno di calciopoli, nell'anno in cui emerge ancora una volta la polvere sotto il tappeto, in cui viene messa in discussione l'intera classe arbitrale, dirigenziale, i calciatori. Nell'anno in cui emerge un sistema di potere e di condizionamento, in cui si conclamano dubbi legati alla medicina sportiva e alle prestazioni di alcuni atleti, in cui non c'è settore legato al calcio che non venga messo in discussione da intercettazioni, evidenze, risultati. Nell'anno in cui nessuno ha più alcuna certezza di avere davvero assistito ad una partita di calcio regolare, senza trucchi, senza inganni, senza scommesse clandestine, senza regali da polso, senza tangenti di qualche forma o natura. Nell'anno in cui arroganza, spavalderia, malaffare, inganno, violenza verbale, abuso di poteri, appaiono la norma vigente. Nell'anno in cui sarebbe necessario fermare tutto per depurare la grande lavatrice prima del prossimo giro, in cui sarebbe necessario recuperare i princìpi base dell'etica sportiva, i fondamenti elementari della morale applicata allo sport, di ridare vigore ed energia al sistema calcio inteso come somma di settori giovanili, pubblico, classi dirigenziali, atleti, l'Italia vince il suo quarto titolo mondiale in Germania, con tutti i principali attori di quel declino, di quella deriva, di quella classe politica, dirigenziale, sportiva.

Tutto qui, finisce tutto così. Nessuna pulizia è possibile quando gli stessi protagonisti di quello scempio diventano gli eroi che ti regalano il sogno. Cinica, perfino affascinante per certi versi, ma questa è la realtà. Il carnefice che diventa santo, e chi meglio di un italiano può dimenticare istantaneamente il carnefice che diviene eroe? Nessuno, nessuno meglio di un italiano.

Siamo brava gente, lo dico davvero. Sono italiano, mi sento profondamente, sinceramente, onestamente, orgogliosamente, e perfino colpevolmente del tutto italiano. Nel peggio, e nel meglio. Nella buona e nella cattiva sorte, finchè morte non mi separi. Non mi sento migliore di alcuno di voi, e nemmeno peggiore. Sono uno di voi, con tutte le miserie che porto in dote, le debolezze, le ipocrisie, le vigliaccherie, le bugie, ma anche la simpatia, l'empatia, l'umanità, la profondità, la scaltrezza, l'intelligenza, il talento, il fascino. Le qualità di un amabile bastardo. Siamo questo, miscuglio poetico di razze, di culture, di arti, di slanci, di passioni feroci, di sensibilità commoventi, voltagabbana da avanspettacolo, traditori, bugiardi fino al midollo specialmente verso noi stessi, poeti, filosofi, amanti intriganti, opportunisti fino alla vergogna, generosi ed altruisti fino all'autolesionismo.

Non possiamo cambiare, non così in fretta, e non domani. Non è possibile. E nemmeno dovremmo. Il peggio ed il meglio sono due lati della stessa medaglia, e la medaglia non si può tagliare a metà. Le due facce di guardano, si specchiano, si riflettono, e si alimentano. Necessarie entrambe come nella lotta tra anticorpi e malattia, in cui non deve vincere la malattia, ma nemmeno gli anticorpi. Devono rimanere in lotta continua, costante, feroce ma controllata, in modo che la malattia non emerga, pur rimanendo sotto pelle come il male necessario a lasciare affiorare la forza, l'energia, la poesia, degli anticorpi, quasi a celebrarne la potenza, il valore, la vittoria perenne, ineluttabile.
Questo possiamo, e questo, secondo me, dovremmo fare.

La sconfitta è buona, la sconfitta è giusta, la sconfitta è salutare, la sconfitta non è la fine di qualcosa. La sconfitta è la via maestra verso la consapevolezza, dei propri limiti e delle proprie qualità, delle proprie virtù e delle proprie debolezze. La sconfitta è la misura della nostra capacità di salire al livello successivo del "gioco", la misura della nostra volontà di guardare avanti, di cercare altre strade da percorrere, di trovare nuovi orizzonti ai nostri progetti, ai nostri sogni, ai nostri bisogni. La sconfitta è una prova di maturità, in cui l'autostima e la vanità perdono il loro valore negativo, trasformandosi in autocritica, in riflessione, in accettazione, in rinascita, e ripartenza.

Abbiamo perso questa occasione 11 anni fa, a causa di quella vittoria, almeno per quanto riguarda il calcio. Quella vittoria ci ha fatto dimenticare che avevamo imboccato da tempo una strada sbagliata, e sconveniente. Oggi paghiamo un prezzo alto, sportivamente, ma probabilmente necessario, se non del tutto giusto. Necessario per fare un salto di qualità, come sistema calcio, e magari come sistema Paese, come uomini, come italiani.

Non perdiamo questa occasione. E, più importante, cerchiamo di farlo anche in tutto il resto, prima che sia tardi, prima di altre sconfitte ben più gravi, ben più serie.

L'Italia è una lingua di terra sottile circondata dal mare, quasi del tutto. In genovese mare e male si scrivono e si pronunciano nello stesso modo. Che strano destino. Eppure eccelliamo praticamente ovunque, da sempre. Il 90% del patrimonio culturale, artistico, del mondo, arriva dall'Italia o da un italiano. Siamo stimati, ma temuti, amati, ed odiati, da tutti. Ma sono sentimenti identici, sempre sui due lati delle stesse medaglie. Siamo scienziati senza pari, medici senza frontiere, siamo architetti senza eguali, ingegneri ricercatissimi, siamo cuochi inarrivabili, stilisti unici, siamo piloti velocissimi, atleti da primato del mondo, siamo artisti per il Louvre, cantanti lirici o musicisti di assoluto livello. Siamo un 120esimo della popolazione mondiale, eppure eccelliamo in praticamente ogni campo.

Recuperiamo l'orgoglio della nostra radice, della nostra storia, lasciando indietro la sciocca vanità e la becera presunzione.

Usiamo questa sconfitta, e tutte le altre che stiamo accusando in altri campi, per ricominciare da zero. Adesso, con orgoglio, con onestà, con passione. Noi possiamo, noi siamo tutto questo.

Non sempre sono fiero di me, o di noi. Ma io sono italiano, io appartengo a questa storia, a questa radice. E di questo invece sì, sono fiero.

   Luca Canfora