L'insostenibile "leggerezza" dell'essere... genoano

28.05.2019 11:13 di Luca Canfora   Vedi letture

Io non sto bene. Forse nemmeno voi, non lo so, dipende da quanto vi ritroviate nel mio pensiero alla fine di questo articolo. Se vi sentirete in sintonia con tutto quello che dirò, ricovero immediato. La cosa brutta è che state come me, cioè non proprio benissimo, la cosa buona è che io dirigo il reparto, e allora prometto un milione di posti di lavoro, 300 euro in più busta paga per tutti, la pace nel mondo, ed anche nel modo. E la Stella.

La vita. Non ho ancora chiaro se non l'abbia mai capita o se l'abbia capita alla perfezione. Il punto è che in entrambe i casi mi fa paura. Se non l'ho capita, dopo 49 anni spesi a cercare di capire me stesso, a combattere contro la mille sfumatura della mia malinconia, le diverse forme di depressione, lo scoramento, il sentirmi inadeguato, il cercare una identità, un posto mio dove sentirmi sereno, insomma vuol dire che le mie capacità cognitive non sono proprio il massimo. Come dire, 49 anni mal spesi, tra errori, rimpianti, rimorsi, ed il nastro non si può riavvolgere.

Ma se l'ho capita, ed io non credo, ma se l'ho capita è anche peggio del caso precedente. Se l'ho capita vuol dire che per me non esiste pace su questo Pianeta, ma nemmeno sulle altre quattordici mila miliardi di stelle che l'infinito confina nello spazio che a noi è concesso di indagare. Vuol dire che tutto quello che mi ha fatto soffrire, piangere, rimpiangere, crollare, gridare, maledire, imprecare, era doveroso, era giusto, era inevitabile, era necessario, era l'unica vita possibile. La migliore delle vite possibili.

No, non è un concetto religioso, è un concetto filosofico, altra storia. Qui non si parla nè di Dio, non si parla di giusto o sbagliato, di redenzione o punizione, di male o di bene. Si parla di altro, si parla di sangue, di anima, di spiritualità. Di umanità. 

Anche se ci scherzo ho analizzato, da matematico, tutte le variabili e tutte le posizioni, tutte le ipotesi e tutte le parole, tutte le immagini e tutti gli scenari. Tutte le sofferenze e tutte le gioie. E non se ne esce. La vita non è un viaggio su una strada pianeggiante, diritta, in una splendente giornata di sole primaverile. Non lo è, non può esserlo, e la cosa tragica è che non deve esserlo. Non deve esserlo sempre intendo.

Non deve perché siamo fatti di neuroni che hanno bisogno di impulsi per vivere, e gli impulsi arrivano solo ed esclusivamente dai cambi di direzione, dai cambi di velocità, dai bruschi sbalzi di temperatura, dalle scosse emotive, quelle verso il basso e quelle verso l'alto, dall'amore che diventa dolore, al dolore che diventa amore, all'amore che finge di diventare odio per rimanere amore, all'odio che diventa amore per rimanere odio. E allora dico grazie a tutti quei giorni passati nelle profondità delle mie domande, delle mie insicurezze, paure, quella di non essere, di non farcela, perché questo mi ha permesso di scendere sufficientemente in basso da ricevere la spinta per tornare sù più consapevole, più forte, più utile a me stesso e agli altri.

E ringrazio il Genoa, la mia squadra del cuore. Perché mi fa sentire un amante mai del tutto appagato, sempre alla ricerca di una parola, di un gesto, di un modo per sentirmi finalmente amato. In questa tensione mai del tutto ricambiata sta tutta la potenza del mio amore per lui, per la vita. La vita non è un traguardo da tagliare, una medaglia da appendere, un trofeo da esibire. La vita è una tensione verso qualcosa, una insoddisfazione continua che tenta di riempire se stessa, un passaggio continuo tra stati distanti, un nodo in gola che sale o che scende, il nirvana che galleggia tra il terrore di perdere tutto e la follia di prendere tutto.

La vita non è perdere tutto, e non è vincere tutto, ma restare appesi indefinitamente nel dubbio che una delle due cose possa accadere.

Questa è la vita, questa è la felicità.

Ed io sono felice, e sono genoano.

   Luca Canfora