Santo Stefano d'Aveto 2018

28.08.2018 17:17 di Luca Canfora articolo letto 647 volte

Ecco i miei ragazzi. Miei si fa per dire eh, che il mio è sufficiente a farmi diventare matto. “Miei” perché giochiamo insieme, noi. Noi bambini.

:-)

Tutto comincia due anni fa, a Giugno 2016, quando mio figlio mi chiede di giocare a calcio, dopo due anni di nuoto. Non è colpa mia, a parte essere genoano, scrivere articoli sul Genoa, scrivere canzoni sul Genoa, condurre una trasmissione sul Genoa, parlare tutto il giorno del Genoa, respirare l’aria del Genoa, mangiare i colori del Genoa. Sono innocente… forse.

Però è colpa di Pavoletti. Sassuolo-Genoa. Il Sassuolo pareggia al 93esimo, al Ferraris. Siamo in Gradinata Sud. Gabriele piange. Quattro minuti di recupero. Mi invento la stronzata del millennio: “Gabry, non piangere. Si batte a centrocampo, cross, testa di Pavoletti e vinciamo 2-1.”

Niente, battiamo. Cross di Ntcham, testa di Pavoletti, gol! Lì sotto, vicino a noi, davanti a noi.

Giuro, volevo solo consolarlo, prendere tempo, mica dicevo sul serio. Ma Gabry ormai è impazzito, è finita. Cioè… è iniziata!

La nostra avventura.

Passo l’estate ad allenarlo per insegnargli tutto quello che so, tutto quello che posso. E visto che ad agosto andiamo tutti gli anni a Santo Stefano d’Aveto, mi invento un Campus estivo di calcio, sperando che qualcuno si iscriva. Proverò a fare l’allenatore, se sono in grado, se con i bambini posso farcela, se mi piace, se a loro piace. Se a Gabriele serve per cominciare a settembre la sua avventura nel calcio un pochino più preparato. E mi piace, eccome se mi piace. Davvero non credevo. E mi piace perché sono piccoli, ascoltano, provano a fare quello che dico. Mi piace, sì. E voglio questa età, tra gli 8 ed i 12, quando l’impasto è ancora da lavorare, quando tutto deve ancora cominciare, quando tutto è ancora possibile.

Due anni dopo eccoci ancora qui. Siamo cresciuti insieme, come numero, come uomini. Piccoli uomini, ma uomini, anche loro. Anzi, loro più di noi. Ho imparato molto in questi due anni, da loro. Dalle loro risposte, dalle loro delusioni, dalle loro paure, dai loro comportamenti, dai loro sogni. Dai loro capricci. Erano le mie risposte, le mie delusioni, le mie paure, i miei comportamenti, i miei sogni. I miei capricci.

E lo sono tuttora. Si cresce, si dice. Forse. Io mi guardo nello specchio, e non mi piace più quello che vedo. Da un sacco di tempo. Ma nessuno se ne accorge, io rido, scherzo con tutti, dissacratore, ironico, brillante. E’ il mio modo di andare avanti, di cambiare i pesi e le misure del mio tempo, delle mie paure, dei miei sogni, quelli andati per sempre, quelli che non mi interessano più, quelli in cui non credo più, quelli che ho realizzato ma che non mi hanno lasciato la sensazione che mi aspettavo. Ma con loro, insieme a loro, riesco a vedere attraverso quello stargate il Luca che non c’è più, quello di cui non ricordo quasi più niente, quello che non riconosco nello specchio, quello di cui non conosco più la voce, i gesti, le parole, gli occhi.

Ma insieme a loro io lo vedo, lo vedo ancora. E’ lì sotto, dove i grandi non possono trovarlo, dove tutto è come dovrebbe essere. E allora continuerò, finchè potrò, finchè ci saranno, finchè ci sarò. E voglio spendere due righe per ciascuno di questi piccoli uomini.

Seduti, da sinistra.

Enrico. Tennista e aspirante illusionista, con l’hobby del calcio, sampdoriano. Vabbè, l’hobby… hobby… per il ciclismo… passerà! Sguardo furbo e indagatore, sicuro di sé, pacato, ironico, serio come un Direttore di Banca. Fa impressione. Ma basta ciclismo, provoca dissenteria.

Michele. Qualcuno deve avergli detto che se smette di parlare anche solo per 3 secondi il pianeta implode e noi veniamo inghiottiti da un buco nero dal quale usciremo solo tra sedici milioni di anni. Nelle rare pause in cui non parlava sono riuscito a spiegargli i movimenti giusti del corpo, delle braccia e del piede per calciare forte, diritto, di collo sinistro. Bastava che stessi zitto 5 secondi… Michele!

Karim. Risolto brillantemente il tema integrazione presso il Campus di Santo Stefano d’Aveto. Karim piagnucola tutto il tempo su falli subiti dal vento, dalle vespe, dalle cimici, dalle libellule, dagli orchi. Noi lo picchiamo senza pietà mentre volteggia sulla fascia per forgiarne il carattere! Karim non provarci più a fare lo sbruffone con me… altrimenti ti faccio altre due pere!

Federico. Federico! Capriccioso, bizzoso, falloso, velenoso, svergognato, simulatore. Juventino! Dolce. Lo ricordo a terra mentre si dimena per un fallo che sembrerebbe avergli causato la rottura simultanea di tutti i crociati, del femore, di 5 vertebre, l’osso sacro, un polso e 3 menischi. Si copre il viso dal dolore… mamma mia! Ah… niente… sta ridendo… si alza di colpo… frega tutti… riceve palla, segna ed esulta come CR7 sulla faccia di Andrea! Carogna! Se ti prendo…

Gioele. Viso d’angelo. Ma non mi freghi Giò. Lo sai che ti voglio bene, ed è proprio per questo che devo comportarmi così. Apparentemente duro, rigido, inflessibile. Credimi, non sai quanto mi costi. Ma lo faccio per il tuo bene, lo capirai quando avrò i capelli bianchi. Se me ne restano.

Ricky. Fratello più piccolo di Enrico. Sorriso con fossette, occhio furbo, furbissimo. Si beccano, competono, combattono, ma si vogliono bene. Il piccolo ci prova, ogni tanto, a ribellarsi, a fare la vittima del più grande. Che non fa una piega, sorride, sornione, lo guarda, finchè Ricky si alza da terra, sorride… e ricominciano a giocare.

Marco. Autonomo, testardo, ottimista, e rispondino. Non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, ma non gli piacciono le critiche, e non è mai colpa sua. Meglio così che depresso, insicuro e presuntuoso. Ma ascolta il Mister e ci si può tirare fuori qualcosa di buono.

In piedi da sinistra.

Sasha. Buffo, simpatico, divertente. Tutto nervi e corsa, salti e rimbalzi. Un flipper continuo, la voce baritona di un adulto. Uno spasso… ma senza quella maglia!

Giovanni. Serio, maturo, fin troppo. “Mister che ora è?” “Sono le 11.45”. “Mister quando sono le 12.10 me lo dice che devo andare a casa?” “Certo!” “Mister, che ora è?” “Sono le 12.07”. “Ok, fra 3 minuti mi avverte?” “Ok Giovanni”. “Mister, che ora è?”. “Sono le 12.09”. “Ok Mister, tra un minuto vado”.

Rocco. Poche parole, espressione rilassata, ritmi di campo brasiliani di Copa Cabana. Fa gol, frega niente. Sbaglia il gol, frega niente. Passaggio a caso, pazienza. Gli urlano di tutto, si gira dall’altra parte. Rocco e lo stress abitano in due universi che non è che non tocchino, nemmeno si guardano.

Gabriele. Mio figlio. Pessimista, negativo, insicuro, ingenuo. Tutto papà. Meno male che ha una mamma meravigliosa, le cose buone arrivano tutte da lì.

Luca. Omonimo. Dammi tre parole, in due anni. Forse. Per somma. Mai un lamento, uno scatto, un grido, un vocabolo. Luca tiene la bocca a sorriso, ma senza mai far vedere i denti. “Luca perché ridi?” “Non lo so”. “Luca, perché ridi?” “Non lo so!” “Lucaaa perché ridiiiii?” E Luca ride, finalmente. Un pochino, ma non troppo. E tutti gli altri insieme a lui.

Giulio. Più piccolo degli altri, minuto, ma con il suo caratterino. Non fa capricci ma si fa rispettare, e in due settimane fa grandi passi avanti riuscendo a tenere testa a tutti.

Nella foto mancano altri 3 bambini.

Andrea. Un adulto travestito da bambino. Ragazzino lucido e garbato, si fa scivolare addosso piccole provocazioni e litigi di campo. Una testa già pronta per la vita “vera”.

Mattia, doriano. Sottile, alto, velocissimo. Silenzioso. Ma doriano, è una cosa che non si può proprio accettare. Mattia riprova il prossimo anno e… basta ciclismo anche per te.

Alessandro. Ti cerca, ti guarda, si capisce che ti segue, che ti crede, che ci conta.

Io vi porto tutti nel cuore. Spero di avervi passato qualcosa, e non tanto per il calcio. Non solo nel calcio. Perché io da voi sto imparando più di quanto potessi immaginare. Con gli adulti è complicato, imparare qualcosa, insegnare qualcosa. Ci sono di mezzo troppe sciocche complicazioni: vanità, competizione, invidia, politica. Con voi riesco a sentirmi ancora utile, in qualche modo onesto, vero, sincero. Con voi posso ancora vedere Luca in quello specchio.

Quel Luca che non c’è più, ma i grandi sono fatti così, si nascondono, si accontentano. A loro basta una battuta, un sorriso, una bugia, una pacca sulla spalla, e pensano di sapere tutto, pensano di avere capito tutto, di se stessi, di te. Un grande lo puoi fregare con poco. Ma con voi è diverso. Io posso tornare ad essere Luca, quello vero, quello brutto, antipatico, sincero, quello vero.

Per venti giorni, venti giorni l’anno.

Ora bimbi scusate, ma purtroppo devo proprio andare, i “grandi” mi aspettano. Mi serve almeno mezza giornata per prepararmi, cercare una battuta, un sorriso finto, una storia, una bugia. Quella è gente strana. A loro la verità fa paura, la sincerità li terrorizza, non riescono mica a guardarti negli occhi.

I Grandi. E non imparano niente, raramente ti insegnano qualcosa, mediamente non ascoltano nessuno, e parlano in continuazione. Quasi sempre a caso. Ma Luca ritorna, certo che ritorna, ma solo con voi, solo per voi, il prossimo anno. Il 5 agosto del 2019. Ma non è mica altruismo. Sono “grande” anche io, non fidatevi nemmeno di me. Che non lo faccio per voi, lo faccio per me.

Vi voglio bene.

   Il Mister