A Bari il capolavoro di Gilardino, dal Genoa un messaggio di forza
Il mago di provincia da qualche ora non è più un provvisorio scaldapanchina ma l'inquilino giusto per ricondurre al primo colpo il Genoa nell'Olimpo. Alberto Gilardino, nel giro di qualche settimana, ha rivoltato la squadra rossoblù come un calzino ponendo le basi per un'impresa che cambia nettamente le prospettive stagionali.
Allo stadio San Nicola si è assistito ad uno splendido match per intensità, qualità tecnica e tattica complessiva. Poteva andare meglio ai “galletti”, ma il Grifo non ha perpetrato alcun furto, facendo pesare la propria personalità e la fresca verve di qualche giocatore che pareva inadeguato ed invece, grazie al Gila, è tornato protagonista. Il primo pensiero, sul tema, va a Puscas, preferito all'involuto Coda. Ebbene, il rumeno si è presentato scaricando nel sacco il pallone giunto di lato da Gudmundsson dopo un'apertura magistrale di Aramu. Poi ha lottato da par suo, reggendo l'urto dei difensori pugliesi e nella ripresa, sull'1-1, col suo fisicaccio, ha mandato in confusione la terza linea biancorossa favorendo il velenoso rasoterra vincente di Gudmundsson. Non pago, ecco il bomber spostarsi sulla sinistra e calamitare innumerevoli palloni lunghi, per poi lavorarli con abilità.
Tutto (o quasi) il Genoa, però, è salito sul proscenio. E' doveroso aggiungere la mostruosa prestazione di un Frendrup ubiquo e inesauribile e anche la solidità dei centrali difensivi Bani e Dragusin, stavolta bravi anche in campo largo. E che dire di Gudmundssson, che oltre all'apporto personale nelle due segnature ha caricato di ammonizioni la truppa rivale?
Il solo periodo di difficoltà si è registrato nell'ultimo quarto d'ora del primo tempo, dopo che i pugliesi, già insidiosi in qualche circostanza, avevano raggiunto il pari con il loro giocatore più dotato, Cheddira, abile sul secondo palo a rubare il tempo ad un distratto Sabelli (tra le rare delusioni individuali di giornata) e a sfruttare una mancata uscita alta del portiere Martinez, rimpiazzo dell'influenzato Semper. Il Genoa, sbilanciato in avanti e impreciso, ha concesso un paio di altri contropiedi sventati per un nonnulla, offrendo l'impressione che la partita gli sfuggisse di mano.
Dopo il riposo si paventava un Bari irrefrenabile ed invece il Grifo ha tenuto botta, risposto per le rime e trovato il nuovo vantaggio. Nei minuti successivi è emerso il diritto a vincere di una squadra che, invece di asserragliarsi a protezione del tesoro, ha accettato la sfida in campo aperto, rendendosi più pericolosa dei padroni di casa ma senza più concedere metri di campo.
La maturità di Gilardino è emersa al minuto 76 con un triplo cambio teso a conferire vigoria e freschezza ad un team presumibilmente spinto sulla difensiva. E se l'ingresso di Sturaro, un combattente, per lo stanco Jagiello, e di Vogliacco, difensore puro, per Aramu, ormai sfiatato, erano prevedibili, non così si può parlare del diciannovenne prodotto del vivaio Boci, terzino sinistro naturale, che ha interpretato il ruolo in modo ben più efficace rispetto a Sabelli, modestissimo marcatore. Più tardi entreranno Yalcin, vicinissimo alla rete della consacrazione, e in pienissimo recupero Ilsanker. L'assalto biancorosso, veemente ma non particolarmente incisivo, è sfociato, a due minuti del termine, nell'unico autentico brivido peri i quasi 350 supporters rossoblù presenti in Puglia: perentoria l'inzuccata – da due passi – dell'ex Salcedo, sulla quale Martinez con un riflesso felino ha ampiamente riscattato l'incertezza del primo tempo, guadagnandosi, dopo il fischio finale, l'abbraccio liberatorio di tutti i compagni. Un prodigio, il suo, che ha apposto il timbro finale al capolavoro assoluto di tutto il girone di andata.
Tre punti d'oro, accompagnati da un messaggio scritto a lettere cubitali: questo Genoa, rigenerato da un allenatore nostrano, tanto umile quanto competente, ha sollevato la maschera e inizia a incutere parecchia paura alle due reginette di metà campionato. Il tempo per detronizzarle non manca...
PIERLUIGI GAMBINO
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