Braglia e Skuhravy ospiti al Museo "Che impresa ad Anfield Road"
“Recentemente mia moglie mi ha fatto una sorpresa, un regalone: un viaggio a Liverpool, condito da una vista all'Anfield Road. Provai orgoglio e nostalgia. Io c'ero, quella notte”. Vincenzo Torrente, indimenticato capitano rossoblù. è tornato sul luogo dell'impresa, il mitico stadio di Liverpool, dove nell'ormai lontanissimo 1992 il Genoa firmò l'impresa più esaltante nella sua storia dal dopoguerra.
Quel match, entrato nella storia di ogni genoano che si rispetti, è stato rievocato – assieme con quella cavalcata fantasica in Coppa Uefa – nella sede del Museo del Genoa, grazie all'idea di Gessi Adamoli, giornalista e genoanologo, affiancato da un altra prestigiosa “penna” col Grifo nel cuore: Roberto Perrone.
“L'incontro – ha specificato Adamoli - non è che il primo di una serie– con la quale intendiamo rammentare personaggi e momenti del passato. Il rifoso rossoblù attuamente è privo di punti di riferimento. La genoanità però è rimasta e va letta come memoria ed orgoglio. Noi supporters siamo disillusi ma non disamorati”.
“Ad Anfield – rammenta Perrone – non aveva mai vinto nessuna squadra italiana. Non solo. I gloriosi Reds non perdevano sul terreno amico nelle coppe internazionali da ben 19 anni. Il Genoa fu la prima formazione italiana a preentarsi a Liverpool dopo la tragedia dell'Heysel, e per questo motivo fu allestito un munitissimo servizio d'ordine. Come sempre accade in queste circostanze non successe il minimo incidente tra le tifoserie. Anzi, il Genoa uscì tra gli applausi dei sostenitori avversari e noi italiani dopo la partita, nei pub e nei ristoranti, ricevemmo unicamente complimenti”.
Due degli eroi di Anfield erano presenti al Museo: il cannoniere Tomas Skuhravy e il portiere Simone Braglia. E proprio i numero uno, nei commenti del giorno dopo, fu indicato come uno dei due protagonisti assoluti (l'altro era, naturalmente Pato Aguilera, autore della doppietta decisiva). “Ma quella non fu la mia miglior prestazione in rossoblù – ha commentato Simone – Per esempio, fui assai più determinante l'anno precedente, in casa della Juventus, quando vincemmo 1-0 grazie ad una rete di Tomas”.
Skuravy Oltremanica restò all'asciutto, ma gli si deve quel viaggio nella nebbiosa England. Fu lui infatti, nel turno precedente, a piegare in extremis l'Oviedo nel retour match di Marassi con un'inzuccata memorabile. “Che gioia. Tutti noi sentimmo il più forte boato mai udito al Ferraris”.
Simpatico l'aneddoto, raccontato da Adamoli in riferimento all'andata in terra iberica. “Alla vigilia della sfida, Boskov, allora allenatore blucerchiato, in un'intervista concessa ai giornalisti spagnoli, affermò che i punti deboli del Genoa erano il libero Signorini e il portiere Braglia. Appena il segretario rossoblù Davide Scapini lesse in albergo quell'articolo, corse a nascondere tutti i giornali per evitare che capitassero davanti agli occhi di Simone”.
Quello squadrone nato un po' per caso nella primavera precedente e aveva concluso al quarto posto in campionato, in barba anche alla Vecchia Signora, per la prima volta tagliata fuori dalle manifestazioni internazionali. Skuhravy, il bomber principe, era approdato in rossoblù grazie al fiuto proprio di Gessi Adamoli, che lo seguì quando si allenava in Lazio per Italia 90 con la nazionale ceka e subito lo segnalò all'allora d.s. rossoblù Spartaco Landini. Alla vigilia del primo match mondiale, si sviluppò una lunga trattativa nell'albergo di Molfetta. La sera stessa, contro Costarica, Skuhravy segnò una tripletta e su di lui piombarono Bayern Monaco e Torino, ma furono beffati dl Genoa. Subito dopo la gara, altro colloquio, avversato dai dirigenti della Federcalcio ceka. “Mi intimarono di lasciar perdere – ha descritto il protagonista - poiché a quell'epoca c'era il divieto assoluto per i calciatori ceki di emigrare prima dei 30 anni. Io minacciai la fuga e solo alle 4 di notte, dopo le mie insistenze, ebbi il permesso di firmare il contratto. Nei miei primi mesi al Genoa non segnavo mai e ci fu chi mi definì un... armadio. Solo mister Bagnoli aveva sempre creduto in me”.
Meno avventuroso l'approccio di Braglia con la realtà genoana. “Io, comasco, e Alfio Lamanna, uno dei sindaci e dei dirigenti della società rossoblù, frequentavamo in estate lo stesso stabilimento balneare. Fu lui ad ammirarmi nelle partitelle sulla sabbia e a segnalarmi al Genoa. Il prof. Scoglio, l'allenatore, preferiva il pisano Nista, che fu però bocciato per ragioni fisiche. Ingaggiarono al suo posto Gregori ed io partii riserva, poiché Scoglio mi aveva etichettato come portiere anacronistico. Tutto diverso con Bagnoli, che l'anno dopo ci convocò nello spogliatoio e disse chiaro che il numero uno sarei stato io e Piotti la mia riserva. Lo ripagai facendo un gran campionato”.
In sala, davanti a queti “monumenti”, scorreva la nostalgia, accentuata dal collegamento telefonico in diretta con Pato Aguilera, che ha risposto da Montevideo. Adamoli giustamente ha rimarcato l'amicizia inossidabile tra il minuscolo sudamericano e il gigantesco Skuhravy, così diversi e così uniti, anche a distanza di quasi trent'anni. Ai tempi d'oro, Aguilera si diceva considerasse Tomas il “cocco” del presidente Aldo spinelli, che gli regalava automobili e quant'altro. “Ma non è vero – la smentita di Pato – Io ho sempre voluto bene a Tomas, non gli si può voler male”.
I due formarono la coppia di punte più forte degli ultimi settant'anni genoani. “Non c'è mai stata invidia tra noi – la chiosa del ceko – Io esultavo ai gol di Pato e degli altri miei compagni perché ci interessavano solo i successi del Genoa. Noi lottavamo per la maglia...”.
Richiesti di un commento sul calcio e sul Genoa di oggi, i due sono parsi poco diplomatici. Pato: “La squadra gioca anche bene, ma non c'è un centravanti che segni. Caro Tomas, perché non ti spogli e non torni in campo a buttarla dentro? Ovvio, spero che il Genoa faccia soffrire meno rispetto allo scorso anno. Io resto afezionatissimo al Grifone, cui auguro, prima o poi, di vincere – che so – una Coppa Italia”.
Tomas: “La verità è che ai nostri tempi c'erano centrocampisti come Bortolazzi ed Eranio che ti mandavano a bersaglio. Oggi gli attaccanti faticano in un football ricco di tiki-tak, senza più verticalizzazioni. Con ciò, nel Genoa di oggi militano calciatori che ai nostri tempi non sarebbero finiti neppure un panchina...”.
Braglia, terzo incomodo, non è stato meno drastico. “Oggi è difficile riconoscersi in questo calcio dove non c'è più amore per la maglia ma solo per il denaro. Anche allora c'erano i procuratori, ma senza il potere che hanno adesso... I dirigenti di quel Genoa erano artefici di un costante collegamento tra la società e la città. Basti pensare al vivaio che sfornava giocatori per rinforzare la prima squadra e non per fare cassa...“.
Perrone però ha riconosciuto un'analogia tra i due pericodi calcistici, così distanti. “La seconda rete di Aguilera all'Anfield, tre passaggi e contropiede vincente a grande velocità, potrebbero rientrare fedelmente nei dettami del gioco odierno”.
Anche oggi servirerebbe un colosso come Tomasone, che Braglia ha definito affettuosamente un... animale. Ma quel Genoa rigurgitava di ottimi giocatori e, secondo, Torrente di tre campioni. “I due attaccanti, ovvio, ma anche un certo Claudio Branco, e non solo per le punizioni che calciava”.
Già, Branco. Giunse a campionato in corso, e Andrea D'Angelo, allora vicepresidente rossoblù, presente al Museo, ha riconosciuto i meriti di Ovaldo Bagnoli in quella circostanza: “Un giorno mi disse he quella squadra, se avesse avuto in più un giocatore di piede sinistro, avrebbe fatto grandi cose. Noi eravamo già in trattativa per il brasiliano, che in verità a Brescia, nella sua prima esperienza italiana, aveva fallito. Decidemmo ugualmente di ingaggiarlo”. Nessuno se ne sarebbe pentito.
PIERLUIGI GAMBINO
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