Burdisso a Sky: "È difficile essere un calciatore di sinistra ed avere parcheggiata fuori una Mercedes"

30.01.2016 11:35 di Adriano Caorsi   Vedi letture

Sabato 30 gennaio, alle ore 00.15 su Sky Sport 1 HD e Sky Calcio 1 HD, nuovo appuntamento con “I Signori del Calcio”; protagonista l'ex difensore della Roma, ora capitano del Genoa  Nicolas Burdisso, intervistato in esclusiva da Giorgio Porrà. Altri passaggi sono previsti domenica 31 gennaio su Sky Supercalcio HD, alle ore 7,45, 11.30 e 22.45.

Di seguito, alcuni passi dell’intervista.

Nicolas, io sono venuto qui a chiacchierare con te, con la ferma convinzione che i calciatori continuino ad essere la parte più sana del calcio, quella ancora meno contaminata. Mi convinco ancora di più di questa cosa pensando alla tua carriera; certe scelte, anche certi risvolti privati. Sto prendendo un granchio o la pensi così anche tu? Sono i calciatori che salveranno questo gioco, soprattutto quelli fatti come Burdisso, anche nelle nuove generazioni?

Io me lo auguro, perché dietro ogni calciatore c’è una storia così, una storia da raccontare. Più che altro perché non possiamo dimenticare dell’essenza che ci ha portato fin qui, ma è vero anche che dobbiamo fare qualcosa in più, prenderci più responsabilità. Il calcio non può essere solo calcio; è una cosa che ho imparato da sempre, forse dai miei genitori, ma che ho tenuto in mente in tutta la mia carriera. Non può iniziare dentro un campo e finire là, con la partita. Dev’essere un percorso di crescita, come persona, e alla fine ti devi trovare migliorato, soprattutto cercando di fare qualcosa, non solo per te, ma per gli altri, per quelli che ti circondano.

Una volta dicesti di Gasperini “spesso in carriera è stato sottovalutato; anche all’Inter non gli hanno dato i supporti necessari per fare il suo calcio, però lui è un estremista, è un rivoluzionario”. Sei stato profetico, perché anche adesso ha fatto qualcosa di rivoluzionario, denunciando i capi della curva che lo contestavano, poiché ha squarciato di fatto una certa omertà, certe logiche di connivenza che hanno imperato nel calcio da troppo tempo. Che idea ti sei fatto di questa vicenda?

Prima di tutto bisogna elogiare Gasperini perché ha avuto il coraggio di dire quello che ha detto; sicuramente è una sua opinione, una guerra, se vogliamo, che lui sta portando avanti, noi dobbiamo concentrarci su quello che ci riguarda, il campo. Quella è la maniera di difendere i tifosi, ma anche il mister, quello è il modo per far contenti tutti. Non possiamo dimenticare che la cosa più importante per noi è il campo; poi possiamo prendere posizioni personali su questo, ma a livello di squadra diventa molto difficile, perché non conviene a nessuno, non possiamo nasconderci, non conviene andare contro i tifosi perché sono la nostra risorsa, non conviene andare contro l’allenatore perché il mister ha le sue motivazioni per portare avanti questa lotta. Io mi auguro che questo finisca subito e che torni l’armonia, perché lavorare con armonia, organizzazione, obiettivi chiari vuol dire punti in classifica.

Probabilmente la provocazione più pesante che è stata fatta a proposito della contestazione Gasperini-Preziosi e quella di chi, ragionando attorno al coraggio di Gasperini, dice “non bisogna lasciarlo solo”, come si dice di solito nelle terre di malavita a proposito di chi alza la testa davanti all’arroganza. Probabilmente è una provocazione un po’ forte, però ti chiedo: quando giri per Genova, quali sono le cose che ti dicono i tifosi? Riesci ad intercettare il sentimento popolare, che cosa vuole il tifoso, qual è il sentimento?

Per prima cosa bisogna dire che allenatori come Gasperini il Genoa ne ha avuti pochi, o forse nessuno; se guardo alla sua carriera e a quello che ha fatto per il Genoa, bisogna difenderlo. Come si difende un allenatore? Non a parole, in campo. Poi quando vai in giro per Genova e senti cosa pensa la gente, ma il tifoso è istintivo per natura: appena perdi diventa tutto nero, quando vinci tutto bianco. Su queste cose ho trovato gente a favore e gente che pensa sia sbagliato il suo atteggiamento, ma comunque bisogna dire che è un atteggiamento coraggioso.

Quando ti hanno chiesto “quale è il compagno più forte con cui hai giocato” hai detto curiosamente, a parte Messi, Adriano: talento indescrivibile ma troppo buono, troppo credulone. Questo cosa vuol dire, che i calciatori buoni in paradiso non ci vanno? Bisogna essere un po’ “banditi”? Se non sbaglio questo è il soprannome che ti diedero alla Roma agli inizi…

No, non credo. Ho conosciuto un sacco di campioni buoni, se andiamo a vedere Lionel Messi è una persona buona, in tutti i sensi. Stavo solamente dicendo che quello che ritenevo il giocatore che a me spaventava di più, sia quando ci ho giocato contro con l’Argentina, sia in allenamento, era Adriano. L’Adriano di quegli anni lì era proprio un giocatore che metteva paura, ha giocato tantissimo e ha fatto la differenza in tutti i campi. Purtroppo non ha potuto dare una continuità al suo gioco, ha avuto dei problemi familiari e personali, e mi dispiace perché aveva un grande cuore e tutto per poterlo fare, una persona che pensava prima agli altri che a sé stesso.

A proposito di cuore grande, invece su Maradona che posizione hai? Sei tra quegli argentini che lo considerano una specie di entità ultraterrena, ingiudicabile al di là del bene e del male, oppure hai la lucidità, il distacco per dividere le due dimensioni, quella privata e quella da fuoriclasse?

Non sono in grado di giudicarlo così, perché sono argentino e perché dal primo giorno che sono nato ho sentito la parola Maradona tutti i giorni, e perché nella mia carriera son successe delle cose che mi hanno fatto solo amare uno come Maradona. Il giorno che venni a sapere della malattia di mia figlia e andai in Argentina per iniziare le cure, senza che nessuno sapesse nulla, tranne la mia famiglia, mi chiama lui a casa, non so chi gliel’avesse detto, ma comunque mi disse “Guarda Nico questa partita la vinci te, e basta.” Allora, per me parlare di Maradona, il personaggio, l’allenatore con cui ho fatto un mondiale, pieno di aneddoti e di cose da raccontare, diventa molto difficile. Posso solamente amarlo.

Quanto è importante la cultura nella crescita di un calciatore? Tu spesso usi con disinvoltura citazioni, citi scrittori, insomma si percepisce una certa curiosità letteraria, si percepisce che sei uno che vuole andare alla sostanza delle cose, non si vuole fermare in superficie

Bisogna dire che ci sono tanti giocatori che hanno questo profilo. Sicuramente è vero, purtroppo vende di più quello che ha appena comprato la Ferrari o pensa a comprare gli orologi, piuttosto che 10-12 che pensano a migliorarsi ogni giorno, ma non solo come calciatori, come persone. Io ho sempre detto che questo è un percorso di crescita, i miei genitori sono insegnanti, quindi è stato anche più facile per me avere questa tendenza, però l’ho trovata in tantissimi altri calciatori, in tantissimi amici. Più che altro perché, come ho detto prima, non può e non deve essere solo calcio, perché quando le cose non vanno bene allora vai in panico. Invece, aprirsi ad altro, avere un universo di cose da fare ti relativizza il calcio e ti fa arrivare alle partite in un’altra maniera, sapendo che ci sono tantissime altre ose e il calcio diventa solo il calcio, una cosa bellissima, una passione, quello che noi facciamo col cuore fin da bambini, ma che c’è una vita davanti e bisogna continuarla.

A proposito di scrittura, una volta hai citato Murakami, lo scrittore maratoneta che dice “io per capire bene le cose che mi succedono le devo scrivere”. Tu questa cosa l’hai proprio presa sul serio: nel momento drammatico della tua vita hai deciso di scrivere una specie di autobiografia, di mettere su carta i momenti più importanti della tua vita. Era il momento della malattia di tua figlia, la piccola Angela, leucemia poi vinta brillantemente. Ma perché la necessità di scrivere?

Per capire certe cose per cui non mi ero mai fermato a trovare una spiegazione. Per me, per un certo verso, ha funzionato; d’altra parte ho dovuto anche chiedere l’aiuto di un professionista, perché non ci arrivavo da solo, però in tanti aspetti, dopo 7-8 anni di carriera di calciatore, fermarmi di colpo per la malattia di mia figlia ed essere tutto il giorno in ospedale ad aspettare che il tempo passasse, mi ha portato a dire “devo fare qualcosa”. E in quel momento ho iniziato, forse per sfogo, perché avevo bisogno, a scrivere un po’ quello che mi era successo, perché sono partito da casa molto giovane, quando avevo 14 anni, ho lasciato la mia famiglia e sono andato a vivere da solo, dovevo gestirmi e fare un sacco di cose e per me che venivo dalla campagna era molto difficile in una città grande. Dopo quattro anni ho fatto l’esordio in prima squadra, da lì un sacco di cose vissute al Boca che è una squadra pazzesca, che arriva in ogni punto del mondo. In quel momento mi sono fermato a stare insieme a mia figlia in quella lotta e penso che scrivere per me è stata una cosa bella, che ho fatto in quel momento e in altri momenti di crisi, e mi ha aiutato. Non voglio portarla al di fuori, è una cosa che ho fatto per me e che mi ha aiutato a sfogarmi.

La malattia di tua figlia è un momento centrale della tua vita, c’è un prima e un dopo, credo, che ti abbia cambiato anche come persona e come uomo. A distanza di anni, che cosa hai capito di quello che ti è capitato?

Ho conosciuto un mondo che nessuno vuole conoscere, la malattia grave di un figlio. Per me è stata per prima cosa una possibilità; io ho sempre detto una cosa, in questa storia non voglio essere considerato l’eroe. Tante volte i giornalisti e la gente hanno bisogno di eroi, ma io in quel momento non sono stato un eroe. Io ho avuto la fortuna e la possibilità di fare qualcosa che non tutti i genitori possono fare, quella di dire “va bene, non faccio più il mio lavoro”. Se io avessi fatto un altro lavoro, avrei dovuto continuare a lavorare per portare il pane a casa; in quel momento sono stato fortunato a trovare una società come l’Inter, un presidente come Moratti, un allenatore come Mancini che mi hanno detto “va  bene, fermati”. Sono andato in Argentina a fare le cure perché ero appena arrivato in Italia, da 6 mesi, e non mi sentivo in grado di affrontare una chemioterapia tutti i giorni in un posto dove io non mi sentivo ancora a mio agio. Sono tornato a Buenos Aires, pensando a due cose: primo, risolvere questa questione, e secondo tornare a giocare a calcio, perché l’ anno dopo c’era il mondiale in Germania e io ci volevo andare. Ma la prima cosa era la guarigione di mia figlia, perché se questo non fosse successo, non so come avrei continuato a giocare a calcio.

La figura del calciatore: diritti e doveri. Secondo te un calciatore deve sfruttare il suo status di privilegiato, quindi la grande forza comunicativa che ha? Si deve impegnare nelle cause umanitarie? Deve essere politicamente attivo? Tu passi per essere un fiero uomo di sinistra, ma se è davvero così, eredità familiare? Chi erano i grandi riferimenti politici nella famiglia Burdisso in Argentina ?

Non la voglio pensare così, anche perché non mi piacciono gli estremi. È difficile essere un calciatore di sinistra ed avere parcheggiata fuori una Mercedes. No, penso più che altro alla equa distribuzione della ricchezza, quello si, l’ho sempre fatto.

Garcia Marquez diceva “Ho un bel conto in banca, e mi batto perché tutti ce l’abbiano, ma non mi vergogno del mio conto in banca”..

Esattamente, è quello che volevo dire. Sono d’accordo sul prendere posizione, ma non i grandi calciatori, tutti quelli che hanno qualcosa da dire e che hanno la possibilità di pensare di dirla, soprattutto ora che la comunicazione è buona, che con Facebook Twitter ecc. arrivi facilmente a tante persone. Sempre che sia qualcosa di buono, qualcosa di costruttivo, che possa migliorare te o quelli che ti circondano, o quelli a cui ti rivolgi. Se è così, io sono d’accordo e dico, anzi ,che dobbiamo farlo di più.

Diciamo che Papa Francesco in questo momento è la figura più rivoluzionaria dal punto di vista politico. Tu hai avuto la fortuna e il privilegio di incontralo ai tempi di Roma, e forse quell’incontro merita di essere brevemente raccontato no?

Si, l’ho conosciuto prima quando ero in Argentina; avevo 16 anni e lui era vescovo di Buenos Aires. E poi ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona quando ero a Roma. Sono andato a Santa Marta, un giorno feriale alle 7 del mattino, alla messa che lui celebrava, ed è stato bellissimo. Sono andato con la mia famiglia, i miei figli gli hanno portato dei disegni e lui si è fermato a parlare con loro.

Lui ti ha riconosciuto?

Mi ha riconosciuto sicuramente perché è un tifoso di calcio, del San Lorenzo, e la prima cosa che mi ha detto appena mi ha visto è stata “Ma hai portato il pallone?” E’ molto spiritoso, ma poi è un personaggio che ci rende orgogliosi, non come argentini, ma come cattolici, come persone.

Lui è tifosissimo del San Lorenzo, appunto, conosce a memoria la formazione campione del ’46, andava sempre alla partita e una volta l’hanno persino cacciato dagli spogliatoi. Da vescovo di Buenos Aires aveva l’abitudine di andare negli spogliatoi a benedire e pregare coi giocatori e Alfio Basile lo cacciò dicendo “non voglio che un prete intralci la concentrazione dei miei giocatori”.

Alfio Basile è stato il mio allenatore in nazionale, l’ho conosciuto e sicuramente se l’ha fatto è per scaramanzia, perché lui è uno scaramantico in ogni cosa! Appena ha visto un prete fuori controllo avrà pensato “questo ci fa perdere la partita”.

Che cosa ti auguri da qui alla fine della stagione per te, per il Genoa, per i tifosi? Un piazzamento europeo, Pavoletti che spacca gli europei, Burdisso in testa a qualche speciale classifica? Oppure un unanime, totale riconoscimento del lavoro di Gasperini?

Questo sarebbe uno, certamente, ma forse arrivare al traguardo, alla fine di questa stagione, tutti insieme, tutti sulla stessa barca, cosa che abbiamo fatto in passato e cosa che deve succedere per forza adesso: tifosi, giocatori, allenatori, società, quando le cose vanno così, tutto diventa più facile.

Nicolas, buona fortuna, è stato un piacere. Grazie, anche a te.

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