Momenti di storia: Il '68 rossoblù
Tredicesimo appuntamento per la nostra rubrica "Momenti di storia", curata per noi dal grande tifoso e appassionato di storia rossoblù Francesco Venturelli, che come sempre ringraziamo.
Buona lettura:
Il '68 rossoblù
Per i giovani di tutto mondo il ’68 è l’anno della Contestazione generale, per i fans del rock’n’roll è l’anno del ritorno di Elvis alla musica dopo la lunga parentesi hollywoodiana, e per i genoani è l’anno degli spareggi per non andare in C. Un anno indimenticabile, per chi c’era.
Il Genoa non era mai stato in serie C. Il solo parlarne era uno scandalo. Erano passati solo 17 anni dalla seconda retrocessione in B nel 1951. E la B era considerata una vergogna. Figurarsi la C!!! Come è stato possibile per il Vecchio Grifo trovarsi in una situazione così drammatica?
Il problema all’origine era il solito che perseguita il Genoa dal dopoguerra: la mancanza di danaro. Non c’erano soldi e di conseguenza l’organico della squadra era modesto. Grosso e Rosin in porta, Andreuzza, Caocci, Drigo; il trio: Campora, Franco Ferrari di Voltri e Rivara il “Tigre di Ronco Scrivia”, tutti e tre di fede genoana usciti dalle giovanili; Vanara, Bassi e Colombo che in A avevano raggiunto la notorietà ai tempi del record di imbattibilità di Da Pozzo con Santos allenatore; i giovani Bittolo, Ereditieri, Gallina e Petrini; l’esperto Derlin, Brambilla centrocampista di fatica, Petroni anziano goleador in attesa di pensione, Enzo Ferrari giovane di belle speranze mantenute, Locatelli argentino di classe superiore e sornione di carattere, che pativa la tramontana e dava il meglio di se in autunno e primavera, e infine Mascheroni, un grande di scuola “quadrilatero piemontese” capitato nel Genoa dal Novara ma chiaramente sprecato in serie B.
Squadra modesta per salire in A, ma non così tanto da rischiare la C. Eppure si sa come vanno queste cose. Se l’animus pugnandi va in vacanza prima del tempo perché intanto figuriamoci se rischiamo la C…. è proprio quando ci si casca.
E il Genoa partito per venire in A e poi finito nel centro classifica, è lentamente scivolato verso il basso. Poi negli ultimi incontri la paura ha fatto il resto, così da trovarsi all’ultima giornata di un campionato interminabile con 21 squadre e 40 giornate, a giocarsi la permanenza in B con il modestissimo Messina. Nessuno credeva nemmeno lontanamente che il Genoa potesse temere il Messina. E invece è andata proprio così. Con una sconfitta rischiava la C immediatamente. Con la divisione della posta sarebbe finito agli spareggi. Vincendo era salvo. Ma per vincere bisognava andare avanti. E nessuno voleva andarci per paura di prendere il gol. Questione di testa che bloccava le gambe. Che quella domenica ai giocatori del Genoa tremavano maledettamente.
Ricordo come fosse ieri. Stavo nel parterre della Nord, dietro la porta. Il tempo passava e non succedeva niente. Quando l’arbitro fischiò la fine restammo ammutoliti. Non eravamo riusciti a salvarci. Nel ricordo vedo un cielo cupo, come se l’oscurità fosse piombata su Marassi. Ma non ci giurerei. Non so se era cupo il tempo, o eravamo noi a rendere tutto cupo. Finimmo insieme ad altre quattro squadre: Lecco, Perugia, Venezia e lo stesso Messina. Due di queste cinque dovevano retrocedere. E cominciò così un incubo che durò fino al 21 luglio.
Il primo ciclo di 10 incontri, tutti in campo neutro, non risolse il problema. Il Messina le perse tutte, e Genoa, Perugia, Venezia e Lecco finirono a pari punti. Cominciò un secondo ciclo di incontri e intanto l’estate stava arrivando in pieno luglio con un caldo bestiale. Come fare per seguire il Genoa in tempi che mica c’era internet e simili amenità? E la Rai manco ci pensava a tenerci informati su quegli spareggi nei quali il Genoa si giocava la vita.
Ci pensò Il Secolo XIX che aveva la sede nel palazzo adiacente il Ducale, e aveva le finestre al piano alto che davano proprio su piazza De Ferrari. L’organizzazione che si dette il Secolo oggi passerebbe per primitiva, ma a quei tempi era tanta manna. Il Secolo piazzò un altoparlante all’ultimo piano che dava sulla piazza. Un giornalista veniva inviato a vedere il Genoa e in qualche modo telefonava nella sede del giornale per raccontare lo sviluppo delle azioni. In sede un altro giornalista ripeteva quello che sentiva e un altoparlante lo faceva giungere fino a noi in piazza. L’altoparlante non aveva certo la potenza di quelli da stadio e la voce giungeva flebile, ma sufficiente per sentire cosa stesse accadendo al Vecchio Grifo.
La piazza era piena zeppa di genoani in ansia, al punto che le auto desistevano spesso dal passare e gli autobus facevano la gimcana tra un mare di tifosi immobili in attesa di notizie. E nessuno diceva niente, come se fosse normale dare la precedenza al Genoa. Perché il Genoa è il Genoa e il resto mancia.
Oggi forse può sembrare incredibile, ma a quei tempi era così. E ci sono le foto che dicono più di tanti discorsi.
Ma col secondo turno le cose si mettono subito male per il Genoa. Perde nettamente dal Perugia: 2 a 0. Ricordo quel maledetto pomeriggio. La voce dell’altoparlante del Secolo che gracidava in piazza De Ferrari facendo continuamente nomi di giocatori del Perugia…. Balestrieri, Balestrieri… sembrava avesse sempre la palla lui. Ma belin, dicevano vicino a me, noi non ci diamo mai? No. Non ci davamo mai, e infatti ci beccammo un 2 a 0 che ci tolse il sonno.
Intanto in lontananza, verso via XXV Aprile, si vedevano i doriani. Facevano finta di stare sulla porta dei bar a sorseggiare il caffè come niente fosse, ma noi sapevamo che erano lì per noi, e che stavano godendo alle nostre spalle.
Avevamo ancora due partite, col Venezia e col Lecco. Col Lecco c’era poco da scherzare perché ci aveva già battuto 1 a 0 nel primo ciclo di incontri. Il Venezia nella prima partita del secondo ciclo aveva perso proprio dal Lecco. C’era quindi solo una cosa da fare: vincere col Venezia. A qualunque costo.
Si giocava a Bergamo il 19 luglio, giorno di un caldo infernale. E a Bergamo quel giorno, per chi c’è stato, l’inferno al confronto era un luogo fresco. Per di più era un giorno feriale, c’era da andare al lavoro, mica belinate. Eppure partimmo in migliaia. Una cosa mai vista di giorno feriale. Sul treno ho incontrato di tutto. Gente che avrebbe dovuto essere in malattia come era attestato da certificati medici, altri che erano riusciti a convincere il datore di lavoro ad essere lasciati in liberta’…. tutte le scuse erano buone per poter andare a Bergamo! Ma il massimo l’ho trovato nel corridoio del treno mentre stavo fumando una sigaretta. Un operaio in tuta da lavoro unta e bisunta, e con tracce di grasso nelle mani come accade a chi lavora in un’officina meccanica, mi vede e mi dice:
- Belin il padrone dell’officina non voleva mollarmi. L’ho pregato in tutti i modi. Niente da fare. Allora a un certo punto gli ho detto: vado al bar a prendermi un caffè. Sono uscito e di volata sono arrivato in stazione giusto in tempo per il treno.
- E il padrone che non ti vede più fino a domani, cosa farà? -chiedo io.
- Me ne batto o belin!- è la risposta- belin c’è il Genoa che rischia la C e io devo preoccuparmi per lui?
A volte ancora adesso a tanti anni di distanza mi sorprendo a pensare a quel genoano: chissà come se la sarà cavata al ritorno in officina il giorno dopo….
Nello stadio di Bergamo i genoani si erano sistemati nella tribuna. C’erano anche dei bergamaschi venuti a curiosare. Io mi ero fermato nel parterre della tribuna e stavo attaccato alla rete di cinta nella zona del centro campo. A due metri da me c’era Manlio Fantini giornalista di vaglia, che conoscevo perchè negli anni ‘50 frequentava il bar del mio quartiere, tifoso genoano, con una interessante storia del Genoa al suo attivo. Ci salutammo e restammo insieme a tifare per tutta la partita, attaccati alle griglie. Fantini incitava continuamente i giocatori chiamandoli per nome.
I giocatori per il gran caldo correvano a fatica, a volte sembrava addirittura che camminassero per paura di non arrivare al 90’. Poi improvvisamente il dramma: Dori alla mezz’ora porta in vantaggio il Venezia e lo spettro della C comincia a prendere contorni definiti. Ma qui entrano in scena i tifosi. Tremila genoani assiepati in tribuna, scatenano un tifo d’inferno, quelli nel parterre si attaccano alla rete di cinta e urlano tutta la loro passione nelle orecchie dei giocatori. L’effetto è immediato, la squadra reagisce, mette alle corde il Venezia che dopo soli tre minuti è costretto al rigore. L’impressione di tanti tifosi è che nessuno dei giocatori se la senta di calciare quel pallone che vale un campionato, poi si fa avanti Locatelli, il più esperto e il più dotato tecnicamente.
Il momento è di quelli che si ricordano per tutta la vita. Il Genoa nella sua lunga storia non è mai stato in C e nessuno vuole che accada proprio adesso. Il cuore è appeso a un filo. Non tutti hanno il coraggio di guardare. Il fischio dell’arbitro echeggia in un silenzio spettrale. Locatelli si muove lento, poi finalmente calcia. Il tiro non è forte, la palla va verso il palo alla destra del portiere, ma non arriva mai. Respiri sospesi, attimi che sembrano secoli. Picchierà nel palo? Vincenzi si butta nella giusta direzione. Ma il pallone è proprio a fil di palo e si infila beffando la mano tesa del portiere. Urlo di liberazione. Su questo gol ruota la partita e il destino del Genoa.
Nel secondo tempo le due squadre hanno le gambe stroncate dal gran caldo e correre è sempre più difficile. Ma il Genoa è sostenuto da tremila genoani che sono padroni del tifo nello stadio e trasmettono ai giocatori l’energia per cercare il gol della vittoria.
Lo ottiene Petroni a 13’ dalla fine, al termine di un contropiede che lo libera davanti a Vincenzi. E qui c’è il segno tangibile della protezione di cui gode il Vecchio Grifo nei momenti drammatici da parte degli Dei del calcio: Petroni tira e prende in pieno Vincenzi in uscita a terra, la palla si inalbera e va a cadere esattamente sulla testa di Petroni che non ha difficoltà a deporla nella porta vuota.
Non succede più niente, finisce 2 a 1 e il Genoa è salvo. Quando Monti di Ancona fischia la fine si scatena una festa di popolo a Bergamo, davanti agli occhi stupiti dei bergamaschi, e a De Ferrari dove non manca il classico bagno nella vasca da parte dei tifosi più esuberanti.
Il Genoa non è solo risultato. E’ anche patos, emozione, entusiasmo e dramma: c’è tutto per vivere una vita vera.
Francesco Venturelli
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