E adesso?

03.08.2020 14:41 di Luca Canfora   Vedi letture

Chi è genitore può capire, gli altri forse possono solo intuire. Un figlio, indipendentemente da quello può avere fatto, non lo puoi staccare da te stesso, non lo puoi rinnegare, e non lo puoi abbandonare. E vado infinitamente oltre lo stupido calcio. La cronaca ci propone spesso episodi di cronaca di una tale gravità, compiuti da figli. E al loro fianco, quasi sempre, vediamo la presenza dolorosa, dolorante, crudele, insopportabile, di genitori attoniti, intontiti, a volte anche parzialmente colpevoli, per carenze educative, formative, affettive. Non è facile fare il genitore. E spesso questi genitori vengono colpevolizzati, criticati, massacrati, nel loro ultimo e vano tentativo di difendere le proprie creature, spesso goffamente, palesemente contro la verità. 

Ma io li capisco, è sbagliato, ma li capisco. Un figlio è un pezzo del tuo cromosoma, è sangue, è carne, è una fetta della tua anima, anche di quella peggiore, di quella cattiva, di quella criminale, di quella terribile e profondamente buia da cui provieni anche tu. A cui appartieni un pochino anche tu. E' tuo figlio. Tu sai che ha sbagliato, tu sei distrutto, finito, perso, una sagoma di carne, acqua e neuroni priva ormai di qualunque significato spirituale, ma cazzo quello è tuo figlio, ed tuo compito, il tuo dovere, la tua missione, è essere lì, al suo fianco, non per giudicare, non per difendere, non per mistificare, non per salvare. Essere lì come padre, come madre, a prescindere. Per sempre.

Senza blasfemia, verso il Genoa ho sentimenti simili. Di diversa importanza, statura, profondità antropologica, ma filosoficamente simili.

E adesso? Adesso può iniziare una nuova storia, anzi può proseguire la nostra storia. Ma proseguire come? Non in questo modo, secondo me. Ma voglio essere onesto, e voglio essere "giusto". Non voglio ammiccare verso nessuno, solleticare la retorica di alcuni, accontentare la sete di altri, invocare scelte, direzioni, azioni, che non mi competono. Non voglio essere ineducato, arrogante, banale, demagogico. Voglio analizzare questi 17 anni di presidenza in modo onesto, o almeno provarci.

L'arrivo di Enrico Preziosi, nel momento pesante, difficile e delicato che attraversavamo nel 2003, ci ha regalato speranza, luce, futuro. Il campo gli ha dato ragione fino al 2005, che non voglio più ripercorrere. E' passato. Il Genoa aveva meritato sul campo, in modo netto, perentorio, ineccepibile, la sua serie A, e la nostra gioia. L'unica cosa che voglio dire è che la giustizia, se è giustizia, quando è giustizia, è proporzionale, con tutti. Con tutti, a parità di errore. I fatti, non Luca, genoano, ma onesto e giusto, i fatti dicono che le cose non siano andate esattamente così. Ma pazienza, siamo sopravvissuti anche a questo. E' stato proprio il periodo tra il 2005 ed il 2010 a regalarci gli anni più intensi, magici, incredibili di questa gestione. Poi il crollo. Il 2011, 3 anni di crisi, e poi il ritorno di Gasperini. Altri 2 anni di picco medio alto, e poi gli ultimi 4, conclusi ieri all'ultima giornata, come sembra ormai triste consuetudine.

E adesso? La vita, ed ogni cosa della vita, è fatta di onde, di momenti, di curve, di alti, di bassi, di stimoli, di sogni, di orizzonti, di obiettivi da porsi, per sentirsi vivi, per sentire il vento sulla pelle. Lo sport non fa eccezione, lo sport è come la vita, lo sport è vita.

Certo, non farò l'ingenuo. Non è banale gestire una Società, non è banale ottenere risultati, competere sia sul piano sportivo che economico con realtà di altra dimensione, nessuno si aspetta miracoli che non avvengono da cento anni, e nessuno intende colpevolizzare la gestione attuale di sofferenza che fanno parte del nostro ultimo secolo.

Però siamo ad un bivio, lo dice la storia, lo dice la vita. Si è vivi se e fino a che si abbia un sogno, ma non campato per aria come fanno i bambini. Un sogno adulto che preveda un piano, una strategia, una tabella di marcia, un traguardo. Anche piccolo, ma ci deve essere. Io non lo vedo Presidente, mi permetta, senza offesa, senza alcuna arroganza, che io da Ingegnere non ho ottenuto nella vita nemmeno lo 0,0000000000000000001% di quello che ha costruito Lei con la terza media, o meno, non lo so. Quindi Lei è decisamente una persona intelligente, capace, scaltra, nessuno può negarlo, e nessuno vuole negarlo. 

Non è più giovanissimo signor Presidente, le sue aziende mi sembra che vadano bene, ed io non posso e nemmeno voglio farle i conti in tasca. Ha ottenuto tanto, forse tutto, dalla vita, dal lavoro. Non le viene la voglia, il desiderio, lo sfizio, come mi era sembrato all'inizio, di fare qualcosa di grande? Di bello? Di memorabile? Dove nessuno è stato capace di farlo, negli ultimi 100 anni? Qualcosa per cui essere felici, per cui essere amati, per cui essere... vivi?
So che probabilmente Lei riderà di questa mia ingenuità, e probabilmente riderà di me il 90% dei genoani, e certamente fa bene Lei, e fanno bene loro, a ridere di me. Ma io devo essere fedele a me stesso, non ad altri. E' una domanda retorica, che non attende risposta, visto che non so, e non credo, che nemmeno Lei leggerà i miei articoli. Ma se le capita, e se le capitasse di porsi questa domanda, si dia una risposta, non è importante che la dia a me. La dia a se stesso.

Ed in base alla risposta che si darà, in questo caso, decida cosa fare della sua vita, e del nostro Genoa. 

Io vivo di misere cose. Vivo dell'amore che ricevo, della stima di alcuni per le cose che penso, che dico, che scrivo, o semplicemente per quello che sono. Vivo di sogni infantili, di speranza vane, di illusioni. A volte mi sento uno stupido disadattato, a volte mi sento tradito, piccolo, inutile, ininfluente. Ho rimpianti, delusioni, errori a cui non posso più rimediare, frustrazioni per le cose che non sono riuscito a fare nella vita.

Eppure mi sento vivo, so di avere dato tutto, di avere fatto del mio meglio, senza mai vendermi, svendermi e tradirmi, e di non avere smesso mai, nemmeno per un attimo, di percorrere la strada davanti a me con rispetto, con amore, con desiderio, alla ricerca del mio tempo, del mio modo, del mio sogno, del mio traguardo.

E non smetterò mai, nemmeno con il mio Genoa.

Ci pensi.

   Luca Canfora