Genoa, gli alibi sono terminati

13.11.2020 10:53 di Franco Avanzini   Vedi letture

Sette giornate sono quasi un quinto di campionato, un periodo non molto lungo ma tale comunque da poter esprimere i primi giudizi sul valore di una squadra, giudizi che per quello che riguarda il Genoa non mi sembra di poter definire confortanti. Certo, c’è stato il Covid che ha penalizzato i rossoblù molto più di tante altre compagini di serie A ma quel terz’ultimo posto con soli 5 punti fa veramente tristezza. Qualcuno dirà: perfettamente in linea con quanto accaduto negli ultimi tempi, e anche questo è vero però credo che tutti i tifosi qualcosina in più se l’aspettassero, oltre a meritarsela dopo anni di patimenti e sofferenze. Poi magari le cose cambieranno, come si spera, ma al momento purtroppo la realtà è questa. E allora la prima domanda che viene da porsi, alla quale – lo dico subito – non so rispondere è perché cambiano gli allenatori, cambiano i giocatori, cambiano i direttori sportivi ma i risultati sono sempre gli stessi? Negli ultimi quattro campionati, escluso quello in corso, il Genoa ha perso rispettivamente il 53, il 50, il 42 e il 50% delle partite (in questi primi sette turni si fa addirittura peggio, le sconfitte rappresentano il 57%); ha subìto rispettivamente 54, 43, 57 e 73 gol; ha fatto 36, 41, 38 e 39 punti cambiando 3, 2, 3 e ancora 3 allenatori. Io credo che il report del generale Custer dopo la battaglia di Little Big Horn fosse più soddisfacente. Difficile capirci qualcosa, a partire da chi abbia fatto veramente la campagna acquisti, se Faggiano (che però avrebbe preferito D’Aversa in panchina) o come sempre il presidente. Credo invece sia stata condivisa la decisione scellerata di pagare profumatamente per non farlo scendere in campo un giocatore che non sarà Di Stefano ma un contributo non disprezzabile a questo Genoa potrebbe pure darlo (ogni riferimento a Schone non è ovviamente casuale). Certo, c’è la super-plusvalenza in arrivo e dunque occorre spremere Rovella il più possibile ma sovraesporlo significa anche rischiare di bruciarlo. Vedrete che si cercherà di venderlo già a gennaio con la clausola di fargli finire il campionato e magari tenerlo anche per il prossimo per evitare cali di qualità nel girone di ritorno che potrebbero comprometterne il prezzo oggi in rapida ascesa.

Detto questo, certe scelte di Maran mi convincono poco: è vero che non è lui che si è perso tre volte Mkhitaryan ma è altrettanto vero che la formazione del Genoa nel primo tempo contro la Roma non aveva senso: un 4-4-2 con Zajc e Lerager a fare gli esterni. Quando mai hanno fatto gli esterni? Ma più in generale se un allenatore cambia continuamente passando dal 3-5-2 di volontà presidenziale al 4-3-2-1 o 4-3-1-2 fino al 4-4-2 il minimo che si possa pensare è che sia leggermente confuso. Scelga un modulo, che magari potrà essere modificato nel corso della partita, ma vada avanti con quello perché il rischio è di creare confusione anche negli stessi giocatori. Nel calderone mettiamo poi che Biraschi e Criscito in questo momento faticano molto, che Pjaca (che si è già infortunato) da seconda punta rende poco, che Badelj non sta dando l’apporto che c’è da attendersi da un vicecampione del mondo come lui, che il centrocampo è giocoforza affidato ad un ragazzino di talento ma pur sempre un ragazzino ed ecco che quel terz’ultimo posto una spiegazione logica finisce per averla. Sorvolo sul cronico problema dell’attacco perché a parte l’oggetto misterioso Shomurodov, Scamacca ha dimostrato di poter essere utile, a patto innanzi tutto di servirlo come si deve e poi di non caricarlo di eccessive responsabilità.

Questa sosta dovrebbe servire a fare un po’ d’ordine, mettere da parte qualsiasi possibile alibi e migliorare la condizione fisica di tutti per affrontare al meglio due partite, contro Udinese e Parma, che il Genoa non può assolutamente permettersi di fallire. Anche perché, lo sappiamo, non è che Preziosi sia la persona più paziente del mondo e questo è il periodo dell’anno in cui il primo cambio in panchina (dei tre d’ordinanza) è giusto dietro l’angolo.

Dario Vassallo