MiNUTI Rossoblù: Ammazzano il calcio
L’obiettivo, stavolta, non è tornare “alla solita partita”. Il punto è un altro: la sensazione di beffa, ancora una volta all’ultimo respiro. Dopo Milano con Inter, dopo Atalanta in dieci decisa in fondo, arriva un’altra sconfitta al limite: addirittura al centesimo.
In mezzo, una direzione di gara che finisce per spostare il baricentro dal campo al protocollo. Luca Zufferli ricorre tre volte al VAR: un numero che, da solo, aiuta a descrivere la serata. E nella discussione rientra subito il rigore assegnato al Genoa, considerato l’esempio più lineare di fallo di mano: tiro indirizzato verso la porta e braccio che respinge. È lì che si concentra l’interesse, più che nella cronaca pura.
Detto questo, qualcosa della partita va fissato: il Genoa ha giocato. E non per formula. Daniele De Rossi ripropone anche fuori casa la stessa mentalità: squadra capace di togliere gioco all’avversario e, allo stesso tempo, di produrre gioco. Nel primo tempo la prestazione è solida. Ruslan Malinovskyi torna in regia e dà qualità e luce; Vitinha incide, non solo per il gol ma per come crea opportunità; Morten Frendrup è il solito recuperatore di palloni e acceleratore di ritmo. Davanti, finalmente, la coppia Lorenzo Colombo–Vitinha si cerca e si trova, e questo è un segnale concreto.
Cresce anche Alessandro Marcandalli: il giovane sta maturando e quella fascia diventa un territorio sempre più credibile. Più complicata la partita di Leo Østigård, anche perché manca un riferimento “di peso” davanti: Daniel Maldini si muove da “falso nove” — diciamo così — e porta fuori letture e distanze.
Poi c’è un contesto che non è secondario. L’Olimpico semivuoto per protesta contro Claudio Lotito. È un’immagine che riapre un tema già noto: per pochi pagano tutti. E, in casi come questo, si riduce anche la possibilità di vivere lo stadio come dovrebbe essere; presente per il Grifone soltanto un manipolo del Genoa Club Roma.
Il nucleo, però, di tutto il ragionamento resta nei rigori. “A norma di regolamento” possono starci: il primo, per esempio, con braccio largo, pur nato da una carambola ravvicinata. Ma è proprio qui che si apre la domanda: quel regolamento va cambiato o no? Perché se la logica diventa “cercare il braccio” invece di cercare la porta, il gioco scivola verso un terreno diverso. E quel terreno assomiglia sempre meno al calcio.
Lo stesso ragionamento vale per il terzo episodio: situazione definita ambigua, uscita non perfetta del portiere, mischia, palla che termina sul braccio. Anche qui: regolamento, ok. Ma la domanda resta la stessa, ed è quella che pesa di più: questo è calcio? Perché, così, il rischio è di ammazzarlo.
La deriva si vede anche oltre questa gara. La settimana precedente, il caso Łukasz Skorupski: giorni interi divisi tra parametri, interpretazioni e letture opposte. Quando persino chi commenta gli arbitri non converge, quando la discussione si trasforma in una disputa di diritto applicato, significa che la linea non è percepita come chiara. Il VAR dovrebbe aiutare; in molti casi, invece, finisce per essere il centro della partita.
Dentro questo quadro, sul Genoa resta un dato: continuità e identità. È la prima sconfitta del 2026, e la salvezza non appare il tema. Il tema è perdere punti in un modo difficile da accettare. E sì, esistono anche errori propri: sul secondo gol, Aarón Martín non può permettersi quella svirgolata che libera Gustav Isaksen e manda in porta Kenneth Taylor. Ma, nel complesso, la sensazione è che certi errori vengano pagati sempre al massimo.
C’è comunque da sottolineare il coraggio di De Rossi: fino all’85’-87’, l’impressione è che la squadra più vicina alla vittoria fosse il Genoa, non la Lazio. E la scelta di provare a vincerla, inserendo attaccanti al posto di attaccanti, viene letta in quella direzione: capire il momento e rischiare.
Alla fine, il giudizio sulla prestazione resta positivo. Quello sul risultato no. E soprattutto resta la critica al contesto: non può diventare normale arrivare al centesimo. Non può diventare normale che ogni partita viva di interpretazioni. Il regolamento serve, ma se diventa il protagonista, il calcio sparisce, o muore.
Di Beppe Nuti
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